Il “nunc dimittis” di Benedetto XVI

di Alessandro Gigliotti

Il papa mentre pronuncia il suo messaggio

«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. […] Per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma». Pronunciando (in latino) queste parole, nel Concistoro dell’11 febbraio 2013 Benedetto XVI ha annunciato al collegio cardinalizio – e, conseguentemente, al mondo intero – la sua decisione di rinunciare alla carica pontificia a decorrere dalle ore 20 del 28 febbraio. Decisione, questa, di portata storica e che non ha precedenti nella Chiesa contemporanea, giacché l’ultimo episodio di «dimissioni» del Sommo Pontefice risale addirittura al XV secolo, mentre ancor più datato è il celeberrimo caso di Celestino V (1294), evocato da Dante nel Canto III dell’Inferno come colui che «fece per viltade il gran rifiuto».

È ancora viva nel ricordo di molti l’immagine della lunga malattia che colpì il suo predecessore, Giovanni Paolo II, al quale Ratzinger è stato peraltro molto vicino, avendo ricoperto sin dal 1981 la carica di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Wojtyla decise infatti di restare assiso sulla cattedra di San Pietro sino all’ultimo, nonostante negli ultimi anni le sue condizioni fisiche fossero estremamente compromesse: dalla croce, infatti, egli riteneva non si dovesse scendere, come ha prontamente ricordato il suo segretario particolare, cardinale Stanislaw Dziwisz. Va però detto che il codice di diritto canonico contempla espressamente l’ipotesi di rinuncia alla carica petrina (can. 332, §2), purché essa sia frutto di una libera scelta e questa venga debitamente manifestata.

Non è dato sapere quali siano le reali motivazioni che hanno spinto Ratzinger ad assumere l’impegnativa decisione, al di là delle argomentazioni da lui stesso addotte sul suo stato di salute. L’annuncio avviene però in un giorno particolare, l’11 febbraio, in cui ricorre l’anniversario della stipula dei Patti del Laterano e – soprattutto – della prima apparizione della Madonna a Lourdes. Proprio tale concomitanza permette di avanzare qualche ipotesi: come ha sottolineato Vittorio Messori, Lourdes evoca le guarigioni miracolose e proprio l’11 febbraio ricorre la Giornata mondiale del malato, istituita nel 1992 da Giovanni Paolo II in corrispondenza della data in cui si celebra la memoria liturgica della Madonna di Lourdes. Ecco quindi che il messaggio di Ratzinger assume contorni più nitidi: nessun retroscena, ma solo la volontà di mettersi da parte vista la sua condizione di «anziano» e, quindi, di «malato», cioè di individuo ormai privo della forza fisica, psicologica e spirituale necessaria per adempiere con pienezza ai doveri inerenti al suo ufficio.

Quale significato attribuire alla scelta di Benedetto XVI? È probabile che ne abbia diversi, ma quello più immediato e dirompente è proprio il gesto in sé, destinato inevitabilmente a mutare gli scenari dell’istituzione più longeva che la storia abbia mai conosciuto. Le dimissioni del Pontefice non sono infatti assimilabili a quelle di un Capo di Stato, per quanto autorevole possa essere. Si tratta delle dimissioni del Vicario di Cristo, la cui carica – pur essendo per alcuni versi modellata sull’esempio di un monarca assoluto – non contempla l’istituto dell’abdicazione se non in via eccezionale e, come detto, con precedenti estremamente risalenti.

Nell’ultimo secolo, però, il mondo si è trasformato, la complessità dei problemi da gestire è sempre maggiore e richiede competenze ed energie notevoli. Anche l’umanità è cambiata, si vive di più, ma proprio per tale motivo il progressivo invecchiamento della popolazione mal si concilia con le difficoltà che si incontrano nel ricoprire incarichi così delicati. È in questo scenario, verosimilmente, che si collocano le dimissioni di Benedetto XVI, che secondo l’Osservatore romano sono state decise nel marzo scorso ma che erano certamente meditate da diverso tempo. Si è giustamente osservato che nel libro Luce del mondo, edito del 2010, Ratzinger aveva dichiarato che le dimissioni del Pontefice sono possibili, poiché nei casi in cui un Papa non è più in grado di assolvere fisicamente, psicologicamente e spiritualmente ai doveri del suo ufficio, questi ha il diritto e talvolta anche il dovere di dimettersi; non quando il pericolo è grande, però, giacché la responsabilità del mandato impone di non fuggire dalle situazioni scomode, ma solamente quando le acque sono calme. Si tratta di dichiarazioni che possono far presagire una scelta ormai maturata, ma i cui effetti non si sono ancora realizzati? Non lo si può escludere.

In tal modo, Papa Benedetto XVI, da molti bollato semplicisticamente come un conservatore o come un uomo teso a restaurare l’epoca preconciliare, consegna alla Chiesa un messaggio di profonda innovazione: il Pontefice non può occupare lo scranno petrino a vita o, quanto meno, non è obbligato a farlo se, in coscienza, sente di non essere più in condizione di adempiere pienamente al suo incarico. Del resto, già al momento della sua elezione al soglio pontificio, egli aveva dichiarato di essere semplicemente un umile servo nella vigna del Signore; ecco allora che nel suo messaggio risuona il nunc dimittis di Simeone (Luca, 2,29-32), nella consapevolezza che occorre lasciare a forze nuove il compito di guidare la Chiesa nelle grandi prove che essa sarà chiamata ad affrontare negli anni a venire.

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