Tra soglie e ripescaggi

di Alessandro Gigliotti

Nei giorni scorsi Ballot si è già soffermata sulle soglie di sbarramento, un aspetto tecnico – e poco noto al grande pubblico – della vigente legge elettorale per l’elezione dei membri del Parlamento; ora è opportuno ritornarvi brevemente per evidenziare alcuni effetti derivanti dalla disciplina in questione.

Si è visto che la legge Calderoli prevede una serie di soglie di sbarramento per l’accesso alla ripartizione dei seggi, le quali – in linea di principio – trovano la loro ragion d’essere nell’esigenza di evitare che in Parlamento vengano rappresentate anche forze politiche prive di un minimum di seguito popolare. Le soglie sono differenziate a seconda del fatto che una lista sia coalizzata ad altre ovvero si presenti alla competizione elettorale del tutto autonomamente: più in dettaglio, alla Camera dei deputati le liste coalizzate devono superare la quota del 2 per cento dei suffragi validamente espressi su base nazionale, mentre le liste non coalizzate devono conseguire almeno il 4 per cento; le coalizioni, infine, devono raggiungere una soglia complessiva pari ad almeno il 10 per cento dei voti. Come si può notare, la legge contiene un evidente incentivo all’apparentamento, poiché una formazione politica che si presenti in collegamento con altre liste è soggetta ad una soglia di accesso praticamente dimezzata rispetto a quella prevista per chi decida di presentarsi autonomamente. A tale incentivo, però, si accompagna l’onere per la coalizione di raggiungere almeno il 10 per cento dei voti, così da evitare che forze politiche in grado di raggiungere il 2 per cento, ma non il 4, possano vanificare tale soglia creando una coalizione.

A titolo di esempio, basti pensare al fatto che, in occasione delle elezioni politiche del 2006, la scelta di presentarsi in coalizione ha consentito l’ingresso alla Camera dei deputati di piccole formazioni politiche che presentavano percentuali di consenso minori del 4 per cento, ma superiori al 2: si allude, segnatamente, alla Rosa nel pugno (2,60 per cento), ai Comunisti italiani (2,32), all’Italia dei Valori (2,30) e ai Verdi (2,06), tutte facenti parte dell’Unione, la coalizione guidata da Romano Prodi. È parimenti significativo che, in occasione delle elezioni politiche del 2008, alcune forze politiche siano state escluse dalla ripartizione dei seggi, pur presentando una consistenza elettorale pressoché simile a quella delle liste in precedenza citate, proprie in virtù del fatto di essersi presentate autonomamente: si pensi, ad esempio, alla Sinistra arcobaleno (con percentuale pari al 3,08) e alla Destra di Storace (2,43).

Non è però detto che l’ingresso in Parlamento sia sempre subordinato al raggiungimento delle soglie anzidette. In realtà, la legge elettorale della Camera prevede una sorta di “ripescaggio” per la lista più votata tra quelle che, all’interno di una coalizione, non abbiano raggiunto la soglia del 2 per cento. Ciò significa, pertanto, che non tutte le liste coalizzate rimaste al di sotto del 2 per cento sono per ciò stesso private di rappresentanza in Parlamento: la più votata tra queste, infatti, è ammessa al riparto dei seggi. In tal modo, grazie alla presente disposizione, in occasione delle elezioni politiche del 2006 la lista Popolari-Udeur ha conseguito 10 seggi pur dinnanzi ad un percentuale nazionale di voti pari all’1,4, mentre nel centro-destra la lista DC-Nuovo PSI ha ottenuto 4 seggi riportando lo 0,75 per cento. Nel 2008, invece, la lista del Movimento per l’Autonomia, collegata con il PDL e la Lega nord, ha conseguito 8 seggi essendo la migliore (ancorché l’unica) lista della coalizione rimasta al di sotto del 2 per cento, avendo ottenuto l’1,13 per cento dei voti.

Al di là della sua dubbia conformità a Costituzione, nella misura in cui una lista di una data coalizione può essere ammessa al riparto dei seggi pur avendo conseguito meno voti di altre (inserite in altre coalizioni) per il solo fatto di essere la più votata tra quelle al di sotto del 2 per cento del suo gruppo, la norma sul ripescaggio richiede un’attenta analisi perché dalla sua applicazione può derivare o meno l’ammissione alla Camera dei deputati di una certa lista, a prescindere dalla percentuale di voti che la stessa abbia riportato. Occorre infatti considerare che il destino di una lista coalizzata con percentuale inferiore al 2 per cento può risultare legato a quello di un’altra lista apparentata, qualora questa sia borderline: se la lista «marginale» supera la soglia del 2 per cento, conseguentemente si schiudono le porte al ripescaggio dell’altra, mentre nel caso opposto prevarrebbe tra le due quella maggiormente votata.

Sembra quindi ineludibile un ripensamento della disciplina normativa delle soglie di sbarramento, che possono certamente essere differenziate a seconda del fatto di essere indirizzate a liste coalizzate ovvero a liste che si presentino individualmente, ma che non devono contrastare palesemente con la ratio che le giustifica: se la soglia del 2 per cento è finalizzata ad evitare la frammentazione partitica attraverso l’ingresso in Parlamento di forze politiche di modesta entità, allora non vi deve essere spazio per alcun ripescaggio, poiché ciò equivale a creare un’indebita deroga al principio stesso. Inoltre, l’applicazione della disposizione in questione determina esiti aleatori se non addirittura paradossali, la qual cosa dovrebbe essere scongiurata per ricondurre le regole del gioco – almeno su questo punto – nell’alveo dei requisiti minimi di democraticità.

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