Nessun voto è inutile

di Gabriele Maestri

Manca davvero poco all’apertura delle urne: partiti e candidati utilizzano le ultime ore a disposizione per tentare di convincere gli elettori ancora indecisi a dare loro sostegno o, per lo meno, a non darlo a diretti avversari.

Di tutte le frasi lette e ascoltate attraverso i mezzi di informazione e che ancora caratterizzeranno questa campagna elettorale fino a dopodomani, una merita di essere analizzata con attenzione. Possibilmente, per toglierla definitivamente di mezzo. Si tratta dell’espressione «voto utile»: le due parole sembrano quasi innocue, sono perfino importanti, ma fonderle insieme per un occhio attento risulta quasi sgradevole. Non fa male riprendere in mano l’articolo 48 della Costituzione, giusto per non dimenticarsi ciò che è davvero importante: vi si legge «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto». I costituenti non hanno scritto anche «utile», forse perché ritenevano del tutto ovvio che ogni singolo voto, dato col cuore, per convinzione o per protesta sia utile in quanto esercizio di democrazia: il fatto che si sia sentito il bisogno di indicare il voto come un «dovere civico» (pur senza prevedere alcuna sanzione) è la migliore dimostrazione che votare è utile, mentre è l’astensione a essere percepita come negativa e da scoraggiare.

Ci si limitasse a questo, non ci sarebbe nessun problema di cui parlare. Il fatto è che, come è noto, chi usa l’espressione «voto utile» lo fa per indicare il voto dato alle formazioni più grandi e non a quelle minori, specie se queste non fanno parte delle due coalizioni maggiori (ma a volte la frase va anche contro i “partitini” del proprio polo). Il fatto che quei soggetti politici siano o nascano “piccoli”, in un contesto di sistema elettorale maggioritario o – come in questo caso – di proporzionale pesantemente corretto con soglie di sbarramento e premi di maggioranza, li rende sostanzialmente incapaci di incidere davvero sul governo del paese: a dirlo, naturalmente, sono i partiti più solidi, che guarda caso “battezzano” come utile il voto dato proprio a loro che lo chiedono.

È proprio questo, tuttavia, che deve cambiare e pure in fretta. Nessuno può permettersi di considerare “inutile” una scelta come quella del voto. Inutile negarlo, c’è sempre stato chi, pur preferendo un partito o un candidato, ne sceglieva un altro perché pensava che quello avesse più chances di vincere (o di far perdere gli avversari) e, magari, di accogliere alcune delle istanze del partito che il voto non l’aveva ricevuto. Chi ha studiato questo fenomeno, però, giustamente non lo ha mai chiamato «voto utile»: Maurice Duverger, che a quello studio ha dedicato molta attenzione ed energia, lo ha etichettato come «voto strategico» e ci ha azzeccato in pieno. L’espressione, infatti, mostra che la scelta è frutto di un ragionamento (magari non condivisibile, ma del tutto realistico) e non certo di un’azione dettata dall’ignoranza o, peggio, dall’inconcludenza di un elettore.

Dovrebbero essere i politici i primi ad abbandonare quell’espressione così infelice eppure così diffusa, ma è ragionevole pensare che non lo faranno. L’alternativa, a questo punto, è che siano i giornalisti a cogliere per primi questa sollecitazione: se smettessero di parlare di «voto utile» nei loro resoconti e servizi, forse i politici si stancherebbero di usare quelle parole. Da rappresentante della categoria dei giornalisti, sarei contento se questo piccolo, ma significativo passo avanti avvenisse per merito nostro.

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