Dalle urne un Paese diviso e un sistema istituzionale da rivedere

di Alessandro Gigliotti

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Dopo una notte di attese, di rincorse, di dati incerti e contrastanti, i risultati elettorali sono definitivi: le elezioni politiche per la XVII legislatura hanno prodotto l’esito più temuto, quello di un Parlamento senza maggioranza. La coalizione di centro-sinistra di Bersani ha conseguito la maggioranza dei seggi alla Camera dei deputati – battendo sul filo di lana il centro-destra di Silvio Berlusconi – ma non al Senato che, al contrario, non è in grado di esprimere una maggioranza. I numeri parlano chiaro: in attesa dei dati sulla circoscrizione estero, PD e SEL si aggiudicano 120 seggi a Palazzo Madama, a fronte dei 117 di PDL e Lega Nord, 54 del Movimento 5 Stelle e 18 del centro di Monti.

Il terremoto elettorale che ha interessato il nostro Paese ha delle precise cause e delle (almeno al momento) imprevedibili conseguenze. La prima, evidentissima, causa dello stallo politico-istituzionale risiede nel tessuto sociale italiano, nelle incertezze di un elettorato apparso quanto mai lacerato e diviso; ciò si evince chiaramente dal fatto che le consultazioni sono state caratterizzate non già da una dinamica bipolare, come era solitamente accaduto negli ultimi vent’anni, ma tripolare se non quadripolare. La sfida al bipolarismo non rappresenta certo una novità, poiché in quasi tutti gli appuntamenti elettorali che si sono susseguiti dal 1994 in avanti ci sono state proposte politiche esterne ai due principali schieramenti o addirittura fautrici di un suo superamento. Tuttavia, anche quando queste proposte hanno ricevuto un certo seguito popolare (si pensi, ad esempio, al Patto per l’Italia nel 1994, alla Lega Nord nel 1996 o, più di recente, all’Unione di centro nel 2008), ciò non ha scalfito la competizione che è rimasta di fatto bipolare sia nella sua dinamica, sia – seppur non compiutamente, come vedremo tra breve – negli esiti. Il primo dato importante, quindi, è che le elezioni del 2013 hanno fotografato un Paese spaccato, diviso fra tre proposte politiche dal peso elettorale pressoché equivalente e delle quali nessuna è riuscita a raggiungere il traguardo del 30 per cento dei suffragi. Tre proposte politiche, per di più, non soltanto distanti dal punto di vista programmatico ma che non condividono neppure un patrimonio comune di valori. La deriva weimariana, più volte evocata nel corso della campagna elettorale, si è quindi realizzata.

La seconda causa, invece, è di natura prettamente istituzionale. Anche negli altri Paesi europei esistono terze forze in grado di coagulare attorno a sé una consistente fetta di elettorato: ciò accade in Francia, in Germania e – da diverso tempo ormai – anche nel Regno Unito, considerato la patria del bipartitismo. Ma in tali Paesi esistono dei meccanismi istituzionali, non solo elettorali, in grado di arginare il fenomeno descritto e di preservare il bipolarismo e, con esso, la stabilità del sistema. In Italia, invece, vi sono fattori – pure qui non solo elettorali, ma anche istituzionali – che operano in senso diametralmente opposto: è immediato il riferimento al sistema elettorale e chi lo demonizza lo fa attraverso argomenti difficilmente controvertibili. Ci siamo già soffermati, sulle pagine di Ballot, sul meccanismo elettorale del Senato, caratterizzato da un premio di maggioranza il cui funzionamento è articolato in modo da ostacolare – se non impedire – la formazione di una maggioranza, il che è peraltro paradossale se si pensa che l’istituto avrebbe proprio quella funzione. Il gioco incrociato dei premi assegnati regione per regione, infatti, produce l’effetto perverso per cui essi si neutralizzano a vicenda, sicché nel complesso può addirittura prevalere la forza politica che ha conseguito meno voti (come è avvenuto nel 2006). Basta un semplice raffronto con l’esito di Montecitorio per comprendere che, qualora il premio fosse stato assegnato anche al Senato su scala nazionale, il centro-sinistra avrebbe conseguito la maggioranza assoluta in entrambe le Camere e lo stallo istituzionale sarebbe stato conseguentemente scongiurato.

La legge elettorale, però, non è la sola responsabile dell’impasse istituzionale. È il caso di evidenziare che, in occasione delle elezioni politiche del 2006, il centro-sinistra di Prodi prevalse in termini di voti alla Camera rispetto al centro-destra di Berlusconi, mentre al Senato accadde l’esatto opposto: la maggioranza fu raggiunta solo per via dei premi di maggioranza regionali, che premiarono Prodi benché avesse riportato meno voti di Berlusconi. Con il che, il discorso si sposta inevitabilmente sull’altro elemento che condiziona l’impianto istituzionale italiano: il bicameralismo perfetto. In virtù del meccanismo della doppia fiducia, è necessario che una forza politica consegua la maggioranza assoluta in entrambe le Camere e ciò è tanto più difficile quanto più l’esito elettorale è incerto. In realtà, gli unici due casi in cui tale condizione si è realizzata si sono registrati in occasione delle elezioni del 2001 e del 2008, quando cioè il centro-destra di Berlusconi ha prevalso in maniera netta. A seguito delle elezioni del 1994 e 1996 (realizzate con la legge Mattarella), nonché del 2006 e 2013 (realizzate con la legge Calderoli), la coalizione vincente non è riuscita a conseguire la maggioranza in entrambe le Camere. In altri termini, se non si supera il bicameralismo perfetto non basta cambiare la legge elettorale, perché il rischio di maggioranze contrapposte – o non perfettamente convergenti – permane ed aumenta considerevolmente se si adottano sistemi maggioritari o comunque dis-rappresentantivi.

Ciò detto, non è semplice ipotizzare gli scenari delle prossime settimane. In ogni caso, la strada che porta a nuove elezioni non è immediatamente praticabile poiché l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non può procedere allo scioglimento anticipato; l’art. 88 Cost., infatti, vieta al Capo dello Stato di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del suo mandato (c.d. semestre bianco). E, d’altra parte, tornare al voto prima di aver messo mano ad un pacchetto di riforme istituzionali in grado di scongiurare una volta per tutte l’impasse istituzionale sarebbe ancor più controproducente, senza però dimenticare che nessun elemento di ingegneria istituzionale potrà mai supplire ad un elettorato incapace di esprimere una posizione.

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2 risposte a Dalle urne un Paese diviso e un sistema istituzionale da rivedere

  1. Guido ha detto:

    Mi dispiace essere in disaccordo con l’ottimo articolista, ma ma nelle elezioni democratiche non è ammissibile prendersela con l’elettorato “incapace di esprimere una posizione”. Non è questo che si chiede agli elettori, bensì di saper esprimere una preferenza. E comunque gli italiani una posizione la hanno espressa eccome. Se i partiti più blasonati non hanno saputo offrire agli elettori una alternativa credibile e convincente così da intercettarne le preferenze, colpa loro. Se Grillo ha saputo parlare ai molti mal di pancia degli Italiani spauriti dalla crisi, sdegnati per gli sprechi, mortificati dalla politica troppo distante ed autoreferenziale, esasperati da tasse e balzelli e da una burocrazia ottusa ed inefficiente, non dobbiamo sorprenderci che gli elettori lo abbiano (magari per quella che sarà una sola breve stagione) premiato con il loro voto.

    • associazioneballot ha detto:

      Ringrazio per il pregevole contributo, mi limito ad una piccola precisazione: nell’articolo non si stigmatizza la volontà popolare, dal momento che in un ordinamento democratico il popolo è detentore della sovranità, né vi è l’intento di sindacare la maggiore o minore propensione del corpo elettorale a votare per i partiti tradizionali. In realtà, lo scritto si limita a mettere in evidenza che l’assenza di una maggioranza è dovuta non soltanto alla legge elettorale, e quindi a fattori di natura prettamente istituzionale, ma anche alla profonda frattura che si è palesata nel corpo elettorale. Nelle conclusioni, aggiungo una considerazione di carattere generale, secondo cui nessun istituto giuridico potrà mai creare da sé una maggioranza parlamentare e/o garantire stabilità governativa qualora il voto denoti una forte spaccatura e conferisca il mandato parlamentare a forze politiche eccessivamente eterogenee o non coalizzabili.
      Alessandro Gigliotti

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