Le elezioni politiche e l’apocalisse delle istituzioni

di Alessandro Gigliotti

I Cavalieri dell'Apocalisse (1887) di Victor Vasnetsov

I Cavalieri dell’Apocalisse (1887) di Victor Vasnetsov

Se le elezioni politiche del 2008 sono state metaforicamente assimilate ad uno tsunami elettorale, per via del risultato di impronta nettamente (ma anche apparentemente) bipartitica, quelle del 2013 non sono da meno. Il loro impatto istituzionale appare anzi assai più traumatico, poiché esse gettano il Paese nella palude dell’ingovernabilità e pongono le premesse di una grave crisi istituzionale che rischia di assumere connotazioni apocalittiche.

Sono molte le chiavi di lettura che possono darsi del voto popolare del febbraio 2013. Tra esse, sembra assolutamente pertinente quella che pone l’accento sulla destrutturazione del pur labile sistema partitico che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi vent’anni, sistema improntato ad un bipolarismo eterogeneo e rissoso, ma che – pur funzionando piuttosto male – rappresentava indubbiamente una felice innovazione politico-istituzionale. Il bipolarismo, con tutti i suoi limiti, ha permesso di sperimentare anche in Italia la democrazia dell’alternanza con tutti i benefici che essa comporta: maggiore trasparenza delle forze politiche, possibilità di confronto tra programmi di governo contrapposti, individuazione più o meno immediata dei candidati alla guida dell’esecutivo, governi più stabili e duraturi, possibilità di giudicare l’operato della maggioranza uscente e così via.

Le elezioni del 2013, d’un tratto, segnano una profonda discontinuità con il recente passato: dalle urne emerge un sistema partitico non più bipolare, ma tripolare, con evidenti ripercussioni sulla governabilità. Basta dare un’occhiata a qualche numero (i dati sono relativi alla Camera dei deputati): nelle precedenti consultazioni elettorali, quelle del 2008, le due principali coalizioni – il centro-destra di Silvio Berlusconi e il centro-sinistra guidato da Walter Veltroni – avevano raccolto complessivamente poco meno dell’85 per cento dei suffragi validamente espressi, mentre le due forze politiche maggiori avevano totalizzato oltre il 70 per cento. Alle formazioni esterne ai due poli non erano rimaste, dunque, che le briciole; solo l’Unione di Centro, peraltro, aveva superato lo sbarramento del 4 per cento, inviando così alla Camera trentasei deputati. Il raffronto con il 2006 è ancora più emblematico: in quella circostanza praticamente tutte le formazioni politiche rilevanti erano confluite in una delle due coalizioni, la cui somma di voti superava addirittura il 99 per cento del totale, mentre le due formazioni politiche maggiori raccoglievano insieme circa il 55 per cento. Nelle recenti elezioni, invece, le due coalizioni più votate (centro-destra e centro-sinistra) hanno raggiunto complessivamente meno del 59 per cento dei voti totali: poco più delle metà. Sommando a questi anche i voti del Movimento 5 Stelle, si arriva all’84 per cento: esattamente lo stesso dato totalizzato nel 2008 dai raggruppamenti di Berlusconi e di Veltroni.

Uno studio condotto da Alessandro Chiaramonte e Vincenzo Emanuele per il Centro Italiano Studi Elettorali (consultabile al link: http://cise.luiss.it/cise/2013/02/27/volatile-e-tripolare-il-nuovo-sistema-partitico-italiano/ ) ha evidenziato che l’indice di bipolarismo – calcolato sommando i voti (ovvero i seggi) delle due coalizioni più forti – ha subito un crollo verticale nel 2013, dopo essersi attestato su valori medio-alti dal 1994 in avanti: mai l’indice (in relazione ai voti) era sceso al di sotto dell’80 per cento; mai, considerando i seggi, era rimasto al di sotto del 90 per cento (precisamente, nel 1996 è stato pari a 89,8). Nel 2013, i due indici sono pari rispettivamente a 58,7 e 75 per cento.

È quindi di palmare evidenza il motivo per cui le recenti elezioni politiche hanno consegnato al Paese un Parlamento ingestibile e senza maggioranza. Il voto ha registrato una profonda spaccatura dell’elettorato che ha deciso di convergere su tre proposte politiche distinte, altamente polarizzate, dal medesimo peso elettorale (mai era successo che tre partiti contemporaneamente superassero il 20 per cento) e pertanto nettamente minoritarie (nessuna è stata in grado di raggiungere il 30 per cento). Il Parlamento è senza maggioranza perché il Paese è senza maggioranza. All’indomani delle elezioni del 2008 si brindava frettolosamente al consolidamento di un bipolarismo che sembrava ormai procedere speditamente verso il bipartitismo; all’indomani delle elezioni del 2013, invece, ci si sveglia in un Paese in cui il bipolarismo sembra un ricordo lontano e sbiadito. Nulla di irreversibile, sia chiaro, ma resta il fatto che mentre nel 2008 lo tsunami aveva travolto terze forze e piccoli partiti, nel 2013 un terremoto di più alta magnitudo ha distrutto il bipolarismo e trascinato il Paese in una preoccupante situazione, in cui la paralisi istituzionale è solo il sintomo più evidente di una crisi di portata apocalittica.

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