La partita delle presidenze delle Camere

di Gabriele Maestri

Archiviati, con il dovuto carico di sorpresa, amarezza, soddisfazione e delusione, i risultati elettorali dello scorso fine settimana, gli occhi di molti sono già puntati verso le prossime elezioni. Non si tratta di un auspicio di un approdo in tempi rapidi al voto anticipato, né ci si riferisce alla tornata di elezioni amministrative previste per il prossimo mese di maggio. Le prime elezioni in ordine di tempo, infatti, saranno quelle per gli scranni più prestigiosi di Montecitorio e palazzo Madama, precedendo di poco la scelta del nuovo Presidente della Repubblica.

Ora, da più parti si fa strada la proposta che alla presidenza di almeno una delle due Camere sia eletto un esponente dello schieramento che siederà all’opposizione. Come è noto, si tratterebbe di un ritorno al passato: la convenzione costituzionale fu inaugurata nel 1968, quando alla guida di Montecitorio fu eletto Sandro Pertini (anche se nei suoi otto anni di presidenza il Psi fece parte della compagine di governo per oltre due anni, fu il primo segno di discontinuità rispetto al passato che riservava la carica alla Dc), ma fu consolidata “ufficialmente” a partire dalla VII legislatura, quando la Camera fu affidata a un esponente di alto profilo del maggiore partito di opposizione, il Partito comunista italiano. Si succedettero così le presidenze di Pietro Ingrao, di Nilde Iotti (per 14 anni, la più lunga mai registrata) e, dopo il breve intervallo di Oscar Luigi Scalfaro, di Giorgio Napolitano (nel 1992 il Pds non era parte del governo Amato, anche se lo fu poi del governo Ciampi).

L’accordo che assegnava una presidenza alla maggioranza e l’altra all’opposizione era frutto del clima da “parlamentarismo compromissorio”, che peraltro ritagliava per i presidenti un ruolo del tutto imparziale, benché fossero persone con una chiara appartenenza politica. Era come se avessero avuto una loro casacca, dai colori noti a tutti, ma con la divisa da arbitro che la copriva per intero, senza mostrarla mai. Per questo varie leggi avevano attribuito ai presidenti poteri di grande peso, in particolare di nomina in vari organi (comprese le prime autorità amministrative indipendenti).

Con l’introduzione di un sistema elettorale a prevalenza maggioritaria saltò tutto. Fu subito chiaro che l’indicazione delle presidenze avrebbe risposto a una logica politica: «Visto che andiamo verso un sistema inglese – dichiarò il leghista Francesco Speroni – ci uniformiamo immediatamente: per noi, chi vince prende e chi non vince prenderà la prossima volta, se vincerà». La coalizione vincitrice si prese effettivamente tutto, ma il “nuovo corso” continuò anche nella XIII legislatura, con una maggioranza diversa ed è durato fino a ieri; solo nel 2006 qualcuno aveva pensato di rispondere alla situazione piuttosto instabile del Senato – anche allora – candidando alla presidenza di palazzo Madama Giulio Andreotti, ma si sa com’è finita. Sta di fatto che la (mala) prassi di affidare la guida di entrambe le assemblee elettive alla maggioranza ha inevitabilmente sottratto alla seconda e alla terza carica dello Stato una parte significativa della loro “credibilità” come autorità terze e imparziali, facendo venire meno due “arbitri” importanti sul piano istituzionale.

Va salutata con favore la proposta di affidare la presidenza di un ramo del Parlamento al MoVimento 5 Stelle, la lista più votata alla Camera. Era proprio quella, come si è visto, l’assemblea che l’accordo aveva riconosciuto al maggior partito di opposizione – riservando a un esponente del partito di maggioranza lo scranno più alto di palazzo Madama, anche per la funzione di supplenza del Presidente della Repubblica connessa a quel ruolo. Nel caso, non è però improbabile che la coalizione Italia bene comune proponga a quella forza politica la guida del Senato, anche per non incidere sul numero esiguo dei propri senatori – il presidente dell’assemblea, per prassi, non vota. Lascia invece perplessi l’ipotesi, avanzata da Massimo D’Alema, di affidare anche la presidenza dell’altra Camera a un partito non di maggioranza, come il Pdl. È vero, molto dipenderà da quale governo si presenterà alle Camere (e da quali forze politiche decideranno di sostenerlo, di osteggiarlo o di astenersi), ma passare da un sistema bicamerale a totale guida della maggioranza a uno a totale guida dell’opposizione – difficilmente il Pdl o il M5S voteranno a favore di un esecutivo guidato da Pierluigi Bersani – non pare la soluzione migliore. Sembra giusto che la coalizione che ha la maggioranza almeno in una Camera, oltre a esprimere il capo del governo, abbia anche la responsabilità di parte della programmazione dei lavori parlamentari, partecipando da protagonista alla vita delle assemblee elettive. Saranno gli accordi dei prossimi giorni, in ogni caso, a chiarire se ci troveremo di fronte al ripristino dell’antica convenzione costituzionale o se dovremo assistere a un assetto diverso.

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