Si può “governare” con il solo Parlamento?

di Alessandro Gigliotti

Una recente proposta, avanzata dal Prof. Paolo Becchi, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università di Genova, e pubblicata nei giorni scorsi sul videoblog di Claudio Messora (al link http://www.byoblu.com/post/2013/03/01/Un-Parlamento-senza-Governo.aspx), ha aperto un dibattito sulla possibilità che il Paese possa reggersi, nei mesi a venire, pur senza avere un Governo nella pienezza delle sue funzioni e ci spinge ad esprimere qualche breve riflessione in merito.

È costituzionalmente ammissibile un’ipotesi del genere? In via preliminare, occorre premettere che il Prof. Becchi dipinge uno scenario in cui, data l’impossibilità di giungere ad un accordo di Governo, resti in carica per alcuni mesi (circa 6-8) l’esecutivo guidato da Mario Monti, il quale ha rassegnato le dimissioni a dicembre ma permane tuttora in carica per il disbrigo degli affari correnti (c.d. prorogatio) e vi rimarrà sino a quando non sarà insediato, dopo la nomina e il giuramento, il nuovo Governo. Nel frattempo, però, il Parlamento neo-eletto, nella pienezza dei poteri, avrebbe la possibilità di approvare una serie di leggi improcrastinabili, in materia di riforma elettorale, riduzione degli stipendi, trasparenza amministrativa, anticorruzione, taglio dei costi della politica, sgravi fiscali per piccole e medie imprese, reddito di cittadinanza. Poi, verosimilmente, si tornerebbe al voto.

Di principio, occorre dire che difficilmente una soluzione del genere potrebbe andare a vantaggio del Paese; inoltre, in senso contrario alla soluzione prospettata esistono validi argomenti di ordine costituzionale. In primo luogo, un Governo dimissionario può certamente provvedere alla gestione degli affari correnti e all’adozione di atti improrogabili, ma non avrebbe autorevolezza – tra l’altro – né in ambito europeo, né per gestire la politica estera o la politica economica e di bilancio. In secondo luogo, l’ipotesi che la macchina istituzionale possa prescindere da un Governo nella pienezza dei poteri mal si concilia con la complessa architettura del nostro ordinamento: in una forma di Governo parlamentare, retta cioè dal binomio Governo-Parlamento che detengono e cogestiscono l’indirizzo politico, non si può «governare» per mezzo dell’uno o dell’altro indistintamente, quasi che i due organi possano surrogarsi a vicenda. Il Governo, infatti, non è soltanto titolare del potere esecutivo, ma è il principale organo competente a delineare l’indirizzo politico del Paese, in relazione a cui il Parlamento conferisce la fiducia e può in ogni momento revocarla. Non si può essere privi di uno dei due senza compromettere il circuito democratico. In questo quadro, ad esempio, chi dovrebbe tracciare le linee generali della politica economica e fiscale? Desta ulteriori dubbi, poi, il fatto che si proponga di approvare un certo numero di leggi e, al contempo, si neghi l’esistenza di una maggioranza in Parlamento, quasi che per approvare una legge la maggioranza parlamentare non serva. In realtà, se vi è spazio per un accordo finalizzato ad adottare alcuni provvedimenti, sarebbe opportuno convergere e conferire la fiducia ad un esecutivo che possa farsi promotore dei medesimi, evitando così uno scenario che implica un inaccettabile vulnus di carattere politico-istituzionale. Se, invece, la maggioranza non esiste, i principi costituzionali sui quali si regge il nostro ordinamento – e, più in generale, ogni democrazia parlamentare – impongono di tornare immediatamente al voto. Tertium non datur.

Certo, non sono mancati momenti in cui, per diverso tempo, il Paese non ha avuto un Governo nella pienezza delle funzioni: si cita, a tal proposito, il caso del Governo Dini, che rimase in prorogatio per 127 giorni dal momento delle sue dimissioni (11 gennaio 1996) sino a quello dell’insediamento del I Governo Prodi (18 maggio 1996). Ma proprio l’esempio citato dà conferma di quanto detto: in quei mesi, il Parlamento era pressoché inerte poiché il mondo politico era totalmente impegnato nel tentativo di costituire un nuovo Governo, da far presiedere ad Antonio Maccanico; abortito il tentativo, il Presidente Scalfaro sciolse le Camere, si celebrarono le elezioni anticipate e, compiuti i necessari adempimenti, nacque il I Governo Prodi.

L’episodio dell’esecutivo guidato da Lamberto Dini, quindi, non serve a dimostrare che si può stare senza un Governo, né a tal fine si potrebbe chiamare in causa la recentissima vicenda belga, in cui per costituire un nuovo esecutivo sono stati necessari ben 16 mesi. Così argomentando, infatti, si potrebbe giungere al paradosso di evocare il precedente storico degli anni della transizione (1943-1948) – in cui l’ordinamento si resse sul solo Governo che «legiferava» per mezzo di decreti-legislativi luogotenenziali – per dimostrare che, tutto sommato, si potrebbe sopravvivere persino senza un Parlamento. In quegli anni, infatti, il Parlamento previsto dallo Statuto non esisteva più, poiché dal 1939 la Camera dei deputati era stata sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni e, quando questa nel 1943 fu sciolta definitivamente, non fu convocato neppure il Senato, attribuendo la funzione normativa all’unico organo che, nell’emergenza, poteva esercitarlo: il Governo, prima attraverso lo strumento del decreto-legge, poi con quello del decreto-legislativo. Quello era un ordinamento distrutto da vent’anni di regime fascista. L’attuale, invece, può ancora essere ricondotto sul giusto binario, ma per farlo è indispensabile che le forze politiche – tutte le forze politiche, tanto quelle di maggioranza quanto quelle di opposizione – diano un segno tangibile di responsabilità e sensibilità istituzionale.

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3 risposte a Si può “governare” con il solo Parlamento?

  1. Gabriele Gab Conti ha detto:

    Ci vollero 18 mesi (541 giorni) in Belgio per formare un Governo federale (gli altri Esecutivi locali, 6 in tutto, erano però perfettamente funzionanti!) 🙂

    • Maria ha detto:

      Caro Gabriele, il Belgio è un tutt’altro sistema con altri poteri.
      Le regioni e le comunità hanno competenze ed au’autonomia così estesa, tanto da essere considerate tra le più forti entità sub-statali in comparazione con tutti gli altri stati federali. Competenze, che rette dal principio “foro interno foro externo”, si estendono anche alla politica estera,
      Non dimentichiamo poi, che il Belgio è caratterizzato da forti divisioni interne, per cui tutto il sistema è retto da un complicato equilibrio di poteri, che ne fa l’emblea di un federalismo consociativo.
      Diciamo che comparare l’Italia con il Belgio, nel panorama politico, non è una delle scelte più felici!

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