Si fa presto a dire riforma elettorale

di Alessio Festa

Sin da momento della sua approvazione, il porcellum è stato da più parti criticato a gran voce. La principale e congenita obiezione concerne le cosiddette liste bloccate, che consentirebbero ai leader di partito di forgiare gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza. Negli ultimi mesi, la frammentazione del quadro politico ha fatto sorgere un’ulteriore critica secondo la quale sarebbe discutibile che una legge elettorale assegni, come accade attualmente alla Camera, il 55 per cento dei seggi alla coalizione che ha riportato un voto più delle altre. In effetti, nelle ultime elezioni una coalizione con il 29,54 per cento dei voti ha visto sostanzialmente raddoppiare i propri seggi alla Camera.

Ma, mentre si fa un gran parlare della riforma elettorale, non è chiaro verso quale direzione si voglia andare e, soprattutto, quale obiettivo si voglia perseguire. È del tutto evidente, infatti, come per cambiare qualsiasi legge non sia sufficiente convenire sulla necessità di riforma, ma occorra coagulare una maggioranza, la più larga possibile in campo elettorale, che converga sull’approvazione di un nuovo sistema.

Peraltro, occorre segnalare la scarsa autorevolezza di forze politiche faticosamente impegnate in un dibattito nel quale le singole posizioni risultano essere inevitabilmente viziate da calcoli di bottega in vista del più o meno imminente ritorno alle urne.

Ma, volendo guardare al dibattito sulla riforma elettorale nel modo più equilibrato possibile, occorre sciogliere alcuni nodi.

In primo luogo, è necessario capire quale “difetto” del porcellum si vuole superare e come si ritiene farlo. Per esempio, che fare con le liste bloccate? Le preferenze sono considerate da buona parte dell’opinione pubblica come un male e non dimentichiamoci che una delle tappe della presunta moralizzazione politica portata avanti dal fronte referendario nel 1991 fu la proposta, poi uscita vittoriosa dalle urne, di eliminazione delle cosiddette “preferenze multiple”. Peraltro, le campagne elettorali con i voti di preferenza sono molto più costose, mentre l’attuale tendenza molto in voga nell’opinione pubblica mira ad un contenimento dei costi della politica (che troppo spesso, purtroppo, vengono confusi con i costi della democrazia).

Se, viceversa, si optasse per un modello maggioritario, è vero che con i collegi uninominali si crea un più stretto e forse salutare rapporto tra elettore ed eletto (attualmente quasi inesistente), ma come non considerare che nel collegio uninominale l’elettore si trova dinnanzi ad una serie di “monoliste bloccate”, spesso decise dalle segreterie dei partiti a Roma?

E se si volesse superare questa incipiente obiezione con la previsione di primarie di collegio obbligatorie, come non considerare che questa si configurerebbe come una surrettizia introduzione dei voti di preferenza, anticipandone le problematiche prima segnalate in una fase di poco precedente alla campagna elettorale?

Non è poi eludibile un’altra considerazione. In un sistema politico così multipolare (3 poli tra il 25 e il 30 per cento, uno con il 10, più un 10-15 di voti dispersi in “micropoli”) o si prevede un forte premio di maggioranza, come attualmente alla Camera, oppure non si può sfuggire al rebus che propone attualmente il Senato e, quindi, all’unica opzione di un governo di coalizione che però – come è sotto gli occhi di tutti in questi giorni – non si riesce a formare a causa di reciproci e insuperabili veti incrociati. Quindi, se si volesse una legge elettorale che garantisca, come si sente spesso ripetere, un “vincitore la sera delle elezioni” occorrerebbe in qualche modo estendere il modello della Camera anche al Senato, elaborando un escamotage tecnico non in contrasto con il primo comma dell’articolo 57 della Costituzione, laddove prevede che “il Senato della Repubblica è eletto su base regionale”.

Ma se non si è disposti ad accettare che una coalizione con il 29,54 per cento dei voti abbia il 55 per cento dei seggi non resta che trovare una soluzione al rebus dell’attuale Senato, perché l’unica via percorribile sarebbe rassegnarsi a coalizioni di governo eterogenee e “post elettorali”, come accadeva nella cosiddetta “prima Repubblica”.

Insomma, la confusione regna sovrana e il traguardo di un accordo di riforma della legge elettorale, nonostante le ottime intenzioni, è ineluttabilmente destinato ad arenarsi e a sprofondare nelle sabbie mobili della politica italiana.

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Alessio Festa è Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

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