Perché fu il Gran Consiglio a “sfiduciare” Mussolini? Il 25 luglio ‘43 settanta anni dopo

 di Vincenzo Iacovissi

Il 25 luglio 1943 rappresenta uno degli spartiacque della storia costituzionale italiana, perché con esso si operò una cesura definitiva con il ventennio fascista e prese l’avvio quel processo di riforme che, nei 5 anni seguenti, avrebbe condotto il Paese in un ordinamento democratico e pluralistico. Quest’anno ricorrono 70 anni da quella data, e non è, quindi, inutile, porne in rilievo alcuni aspetti di carattere istituzionale, spesso comprensibilmente sacrificati dal racconto storico e storiografico in favore delle vicende fattuali e delle conseguenze politiche.

 La seduta del Gran Consiglio del Fascismo venne convocata da Benito Mussolini per il pomeriggio del 24 luglio 1943, dopo reiterata richiesta da parte di alcuni gerarchi e con l’assenso tacito della Corona, per effettuare una valutazione della situazione bellica ed adottare le opportune decisioni in merito. In realtà, a dispetto della veste formale, la riunione aveva un alto significato politico, poiché mirava a porre in evidenza le responsabilità del Duce nella conduzione delle operazioni militari. Le condizioni per la caduta del regime fascista uscirono dallo stato latente durante la seduta, con la presentazione di un ordine del giorno da parte del Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi, in cui si invitava il Duce a restituire al Re, Vittorio Emanuele III, il comando delle forze armate previsto dall’art. 5 dello Statuto albertino, contenendo implicitamente una sfiducia nei confronti di Mussolini. L’approvazione a larga maggioranza dell’ordine del giorno determinò la conclusione non solo della seduta (nelle prime ore del 25 luglio), senza replica da parte dell’interessato, ma decretò la plastica fine del regime fascista. Infatti, dopo la votazione, Mussolini venne ricevuto nel pomeriggio seguente dal Monarca, che gli comunicò la sua sostituzione alla guida del Governo con il Maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, ed il conseguente arresto.

 Fin qui le note vicende storiche. Ma è opportuno ora chiedersi: perché fu proprio un voto del Gran Consiglio a determinare le dimissioni del Capo del Governo? Per rispondere a tale domanda è necessario tratteggiare brevemente le caratteristiche dell’ordinamento istituzionale creato dal regime fascista a partire dal suo insediamento.

 Dopo il primo biennio di relativa continuità con l’assetto in vigore, dal 1924 la forma di governo italiana venne trasformata attraverso riforme incrementali che dettero origine ad un nuovo ordinamento plasmato sulle esigenze della Rivoluzione del ‘22 ormai da consolidare. Fu così che, dopo aver varato nel 1923 una legge elettorale orientata a favorire una larga maggioranza fascista in Parlamento – la c.d. “legge Acerbo”, dal nome del sottosegretario che la concepì, con cui si attribuivano i 2/3 dei seggi della Camera dei deputati alla lista che avesse raggiunto il 25% dei voti validi –, dopo il risultato delle elezioni svoltesi con tale legge nell’aprile 1924 e il loro esito largamente maggioritario per il PNF, e, infine, dopo l’assassinio del deputato socialista, Giacomo Matteotti, il Duce impresse una definitiva svolta autoritaria anche alle strutture istituzionali dello Statuto albertino, che ne venne di fatto travolto.

Una prima riforma venne varata con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263, relativa a ruoli e funzioni del Governo, sancì la supremazia del Capo del Governo sui Ministri, ponendosi in rottura rispetto alla tradizione precedente che aveva progressivamente configurato il Consiglio dei Ministri come organo collegiale composto da pares e presieduto da un primus al quale non erano riconosciute attribuzioni sovraordinate. Il Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato (così recitava la nuova denominazione assegnata al vetusto Presidente del Consiglio di epoca liberale) veniva ora nominato e revocato dal Re, divenendo responsabile dinanzi ad esso dell’indirizzo politico generale del Governo. I Ministri, invece, erano nominati e revocati dal Monarca su proposta del Primo Ministro.  In questo modo, venne reciso qualunque legame fiduciario tra Governo e Camera bassa che, nel silenzio dello Statuto, si era affermato per via empirica, soprattutto dall’avvento dell’età giolittiana.

 Le sorti del Primo Ministro tornavano pienamente nelle mani del Sovrano ed il ruolo parlamentare retrocedeva inesorabilmente in posizione marginale.

 A fronte di questa recessione del Parlamento, acquisì rilevanza costituzionale un organo in origine interno al PNF, il Gran Consiglio del Fascismo, che, con la legge 9 dicembre 1928, n. 2683, entrò a pieno titolo nell’ordinamento come istituzione di raccordo tra il Partito unico e lo Stato, composto da membri nominati dal Monarca su proposta del Capo del Governo, che ne convocava e presiedeva le sedute. La competenza principale di tale organo era riservata all’esame di questioni aventi carattere politico-costituzionale, per le quali diveniva obbligatorio richiedere il suo parere prima di qualunque decisione definitiva. Inoltre, spettava al Gran Consiglio l’aggiornamento, su indicazione del Capo del Governo, della lista da sottoporre alla Corona per la nomina di un eventuale successore dello stesso alla guida del Paese, per tacere di altre attribuzioni di carattere consultivo nei confronti di diversi organi istituzionali.

 Come si può notare, le manifestazioni di volontà del Gran Consiglio, pur non possedendo efficacia giuridica vincolante, assumevano un indubbio valore politico, divenendo una sorta di “autorevole indicazione” per il Sovrano circa gli orientamenti del regime, le sue evoluzioni nel corso del tempo ed il grado di rispondenza delle sue azioni rispetto alle esigenze della collettività nazionale.

 Si intuisce come fu possibile – persino in una forma di governo definita da autorevolissima dottrina come “regime del Capo del Governo”, per denotare il ruolo di dominus che questa figura esercitava sul complessivo assetto istituzionale – rimuovere la guida politica indiscussa del Fascismo attraverso una votazione contraria alla posizione del Primo Ministro da parte del Gran Consiglio, ed una conseguente sua revoca ad opera del Sovrano, sulla base dei mutati “orientamenti del regime”.

 Questo organo divenne, pertanto, il luogo del colpo di Stato del 25 luglio 1943, e, alla luce di quanto detto, non poteva essere altrimenti. Infatti, oltre alla presenza di istituzioni “esterne” come Monarchia e Chiesa, il Gran Consiglio era configurato come custode del Fascismo e del sentimento nazionale, divenendo, di fatto, il contrappeso “interno” di un regime autoritario ostile a qualunque contropotere ma che, in una sorta di “eterogenesi dei fini”, cessò proprio in virtù dei meccanismi istituzionali da esso stesso forgiati.

 Ecco perché, in conclusione, non pare azzardato leggere l’epilogo del fascismo come un colpo di Stato realizzato con le forme legali e senza cruento rovesciamento del potere, uno di quei tanti ossimori di cui è costellata la storia costituzionale italiana, in un gioco alternato di ombre e luci.

 

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Una risposta a Perché fu il Gran Consiglio a “sfiduciare” Mussolini? Il 25 luglio ‘43 settanta anni dopo

  1. Angelo Ruggiero ha detto:

    Vincenzo, ho scaricato il tuo elaborato e lo conservo tra le carte del mio archivio. Complimenti. Angelo.

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