Al via i lavori della Giunta delle elezioni

di Alessandro Gigliotti

ImmagineSi apre oggi alle 15 la seduta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato della Repubblica, chiamata a pronunciarsi in merito alla decadenza del sen. Berlusconi per effetto della condanna inflitta dalla Corte di Cassazione e, in particolare, dell’incandidabilità derivante dal d.lgs. n. 235 del 2012 (c.d. decreto anticorruzione). Per tutto il mese di agosto si sono susseguite diverse e spesso contrastanti ricostruzioni su quali sarebbero stati gli sviluppi, originate anche dalle non sempre lineari dichiarazioni degli esponenti delle principali formazioni politiche. Vediamo ora di fare il punto della situazione.

Come abbiamo avuto modo di anticipare su Ballot nell’intervento del 7 agosto, l’art. 66 della Costituzione affida a ciascuna Camera la competenza a decidere in via definitiva sui titoli di ammissione dei propri componenti e sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità. Si tratta di un potere non meramente formale tanto che, persino nel caso di errori di computo delle schede o di parlamentari colpiti dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, l’esame svolto dalla Giunta non ha affatto esiti scontati.

Purtuttavia, in relazione all’affaire Berlusconi è possibile ricostruire gli scenari che si palesano come maggiormente probabili. Secondo un indirizzo che appare largamente dominante, la Giunta non avrebbe alcun margine di manovra: il sen. Berlusconi è stato condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione e, pertanto, trova qui applicazione quanto previsto dagli artt. 1 e 3 del decreto anticorruzione; si realizza cioè un’ipotesi di incandidabilità sopravvenuta, in relazione a cui il Senato della Repubblica è chiamato a deliberare ai sensi dell’art. 66 della Costituzione. Pur essendo l’assemblea del tutto sovrana nella valutazione circa la sussistenza delle cause di decadenza di un proprio componente, nel caso considerato non si potrebbe fare altro che applicare la legge: il senatore che ha riportato una condanna ad una pena superiore a due anni di reclusione è incandidabile e deve pertanto essere dichiarato decaduto. In sostanza, sarebbe un caso analogo a quello in cui un parlamentare viene raggiunto dalla pena accessoria dell’interdizione (temporanea o perpetua) dai pubblici uffici, come ad esempio nella vicenda che interessò qualche anno fa l’on. Cesare Previti.

Tuttavia, vi è un indirizzo contrapposto secondo il quale le norme richiamate non si applicherebbero al sen. Berlusconi, in quanto viziate da incostituzionalità. In particolare, il profilo interessato è quella della violazione del principio della non retroattività della norma penale («nullum crimen, nulla poena sine lege») in base al quale nessuno può essere condannato per un reato che non esisteva al momento in cui è stato compiuto il fatto né può essere sanzionato con una pena non prevista dalla legge in tale momento. Secondo questa chiave interpretativa, le norme del decreto anticorruzione dovrebbero essere applicate solamente per i fatti commessi a partire dall’entrata in vigore delle stesse e non già per quelli precedenti. Il decreto legislativo, dunque, andrebbe a confliggere con il secondo comma dell’art. 25 Cost., per il quale «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

Ma come si può ovviare ad una norma che si pone in violazione del testo costituzionale? Il nostro ordinamento prevede il ricorso alla Corte costituzionale, l’organo deputato a verificare la costituzionalità delle leggi e ad annullare quelle viziate; il ricorso, però, può essere presentato esclusivamente da un «giudice» nel corso di un «giudizio». Si apre quindi il problema di valutare se il Senato possa considerarsi un’autorità giurisdizionale e, come tale, sollevare la questione di legittimità costituzionale presso la Corte costituzionale. Secondo buona parte della dottrina, la Giunta delle elezioni, nella fase in cui l’elezione di un parlamentare viene contestata, svolge un’attività materialmente giurisdizionale; in tal senso, peraltro, si è espressa anche la Corte costituzionale (ord. 117/2006), la quale ha d’altro canto interpretato in modo molto ampio la nozione di «giudice» e «giudizio» ai fini del ricorso in sede di giudizio di legittimità sulle leggi. Qualora la Giunta per le elezioni del Senato ritenesse fondati i dubbi di conformità a Costituzione del decreto anticorruzione, si aprirebbe pertanto la via del ricorso presso la Corte costituzionale: spetterebbe poi all’assemblea del Senato deliberare in via definitiva. In tal caso, il «giudizio» volto a contestare l’elezione del sen. Berlusconi si sospenderebbe in attesta della pronuncia dei giudici costituzionali.

La soluzione prospettata è giuridicamente ineccepibile: quando esiste un dubbio sulla legittimità costituzionale di una norma, un giudice deve sospendere il proprio giudizio e rimettere la questione alla Corte. Sembrano invece prive di fondamento le obiezioni che, a tal proposito, sono state recentemente avanzate: quella per cui nessun parlamentare aveva sollevato dubbi sulla conformità a Costituzione della legge delega, approvata lo scorso anno, nonché quella per cui un’assemblea parlamentare avrebbe comunque la possibilità di modificare l’atto normativo, qualora lo ritenesse incostituzionale. Sul primo aspetto, è appena il caso di ricordare che un conto è approvare un testo di legge, altro è invece applicarlo in occasione di una fattispecie concreta: è sulla base di tale considerazione che il costituente ha deciso di optare per un controllo di costituzionalità di tipo «concreto», legato cioè all’applicazione concreta di una norma nel corso di un procedimento giurisdizionale. Sul secondo aspetto, occorre osservare che la modifica della norma contestata e il rinvio della stessa alla Corte costituzionale per una valutazione sulla sua costituzionalità non sono due soluzioni pienamente assimilabili, tanto più che la prima si espone all’alea ed ai tempi dell’iter di formazione delle leggi, che coinvolge anche l’altro ramo del Parlamento.

Naturalmente, ciascuna delle soluzioni prospettate è legata ad una precisa volontà politica. La tesi dell’incostituzionalità delle norme del decreto anticorruzione è certamente funzionale alle esigenze del Popolo della Libertà, come dimostra il ricorso sollevato nelle scorse ore da Berlusconi presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, improntato principalmente alla violazione del già richiamato principio «nulla poena sine lege» e che tiene conto della tendenza della Corte tende ad interpretare in modo più estensivo, rispetto ai giudici italiani, il concetto di sanzione penale. Non è probabilmente estranea neppure la volontà di prendere tempo, in attesa di conoscere gli sviluppi della connessa questione del provvedimento di clemenza che – quanto meno in astratto – potrebbe cancellare la pena della reclusione, se non addirittura quella accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, garantendo così all’ex Presidente del Consiglio quell’«agibilità politica» che il leader del centro-destra ritiene imprescindibile.

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