La giornata più lunga del Presidente Letta

di Alessandro Gigliotti

Enrico-Letta-al-Parlamento

Alle 9.30 di oggi Enrico Letta è atteso a Palazzo Madama, all’ordine del giorno ci sono le Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri; alle 16 il medesimo scenario si riproporrà presso l’assemblea di Montecitorio. Cosa spinge il Capo del Governo a presentarsi in Parlamento e, verosimilmente, a chiedere un voto di fiducia?

Le motivazioni vanno rintracciate negli avvenimenti politici degli ultimi giorni. Come abbiamo avuto modo di spiegare su Ballot, la crisi politica si è acuita nella scorsa settimana, quando la riunione dei gruppi parlamentari del Popolo della Libertà si è pronunciata a favore delle dimissioni «di massa» di deputati e senatori in segno di solidarietà verso il proprio leader, destinato ad essere colpito da un voto di «decadenza» dall’assemblea di Palazzo Madama in applicazione della legge Severino. Il Consiglio dei Ministri che ne è seguito non ha quindi ritenuto di poter intervenire per bloccare l’ormai imminente aumento di un punto percentuale di Iva, cosa che ha successivamente indotto il Popolo della Libertà a chiedere ai propri ministri di rassegnare le dimissioni dall’esecutivo presieduto da Enrico Letta.

Le dimissioni dei cinque ministri del Pdl suonano inevitabilmente come un preannuncio di crisi, non soltanto perché una delle principali forze politiche della coalizione di Governo esce dalla maggioranza, ma anche e soprattutto perché l’appoggio dei parlamentari riconducibili a Silvio Berlusconi risulta essere determinante al Senato.

L’atteggiamento del Presidente Letta è costituzionalmente ineccepibile. Una volta messo a conoscenza delle dimissioni dei ministri, anziché dimettersi ha preferito riferire in Parlamento per verificare la sussistenza della maggioranza politica che, cinque mesi fa, ha permesso la nascita del Governo da lui presieduto: ha «parlamentarizzato» una crisi che, secondo una prassi tipicamente italiana, tende a sorgere al di fuori della sede istituzionale nella quale essa dovrebbe realizzarsi, cioè quella parlamentare. La Costituzione repubblicana prevede infatti che il Governo debba dimettersi allorché le due Camere, o anche una sola di esse, adottino una mozione di sfiducia (c.d. crisi parlamentari). È però evidente che le cause di cessazione del Governo possono essere anche altre e, segnatamente, la crisi ministeriale è sovente determinata da dimissioni spontanee, originate da contrasti interni alla maggioranza di governo (c.d. crisi extraparlamentari). Vi è chi ha sostenuto che queste ultime sarebbero contrarie al dettato costituzionale: in realtà così non è, poiché ogni organo può valutare autonomamente se sussistano le condizioni per restare in carica ed è libero di rassegnare le dimissioni qualora lo ritenga opportuno. Tuttavia, non si può che esprimere un plauso alla prassi di «parlamentarizzare» la crisi, la quale si realizza attraverso la richiesta di una votazione fiduciaria per testare la sussistenza della maggioranza politica.

Nei confronti della scelta di Letta di riferire in Parlamento non si possono muovere obiezioni. In particolare, si è detto che il Presidente del Consiglio non potrebbe chiedere una votazione fiduciaria poiché cinque dei suoi ministri si sono dimessi: invero, questi ultimi hanno sì rassegnato le dimissioni ma, sino a che queste non verranno accettate dal Presidente della Repubblica e formalizzate con un decreto, essi restano in carica e ben potrebbero decidere di ritirarle. In ogni caso, qualora il Presidente Letta chiedesse una votazione fiduciaria sulle sue comunicazioni – rectius, su una risoluzione, presentata da un gruppo di parlamentari, che le approva – essa andrebbe a riferirsi al Governo nella sua composizione attuale, ivi inclusi i ministri dimissionari, a meno che il Presidente del Consiglio non intenda sostituirli prima del voto, seguendo il precedente di Andreotti del 1990.

Gli scenari possibili sono molteplici. Se il Governo non otterrà la maggioranza richiesta, il Presidente del Consiglio sarà obbligato a rassegnare le dimissioni ai sensi dell’art. 94 della Costituzione. Qualora i numeri vi fossero, invece, il Governo potrebbe andare avanti, salvo il caso in cui si registrasse un significativo mutamento della maggioranza politica; pur non essendovi un vincolo giuridico, la crisi di governo sarebbe in tale ipotesi la via costituzionalmente più corretta.

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