Mattarellum. Ritorno al futuro?

di Vincenzo Iacovissi

La settimana parlamentare si è conclusa con una rilevante novità istituzionale: si complica ancora di più il quadro di una possibile riforma elettorale, mentre le lancette dell’orologio corrono spedite verso la pronuncia della Corte costituzionale del prossimo 3 dicembre.

In Commissione Affari costituzionali del Senato – dove ormai da alcuni mesi è incardinata la discussione su un nuovo sistema di voto con procedura “d’urgenza” – sono stati presentati ordini del giorno volti a tracciare un percorso di riforma secondo specifici criteri. Quello presentato dal Partito democratico, che riproduceva il favor verso un sistema a doppio turno di collegio già proposto ufficialmente dai democratici nella scorsa campagna elettorale, è stato respinto con il voto contrario del Pdl e la determinante astensione del M5s.

Accantonata, pertanto e solo per il momento, l’opzione del doppio turno alla francese, il dibattito si è concentrato sulla proposta avanzata dalla Lega Nord, contenente un invito a ripristinare il sistema di voto precedente a quello attuale, tornando, quindi, al c.d. Mattarellum, la legge Mattarella, che prende il nome dal suo relatore, on. Sergio Mattarella, il quale fu tra gli ispiratori della riforma del 1993. Come è noto, questa divenne ineludibile dopo l’esito referendario del 18 aprile e la larghissima maggioranza di consensi in favore dell’abrogazione del precedente meccanismo elettorale, assurto – forse con qualche abbaglio approssimativo – a simbolo della degenerazione della prima fase della vicenda repubblicana, e dei suoi partiti ignominiosamente in liquefazione.

Nell’agosto del 1993 vennero, quindi, varate le leggi 276 e 277, con cui si riscrissero le regole elettorali, passando da un sistema proporzionalistico con scrutinio di lista e voto di preferenza ad un meccanismo di tipo misto, in cui il 75% di deputati e senatori veniva eletto in collegi uninominali con formula maggioritaria a turno unico (c.d. plurality), mentre il restante 25% era ripartito con metodo proporzionale. Peraltro, mentre alla Camera questa “quota proporzionale” era assegnata tra liste che avessero raggiunto almeno il 4% dei voti sul piano nazionale, al Senato veniva attribuita a livello regionale con una procedura più complessa basata sui voti ottenuti dai candidati dei singoli collegi che si fossero preventivamente collegati tra di loro in un gruppo regionale.

Non volendo addentrarsi nel funzionamento del sistema, si può  rilevare che il Mattarellum ha accompagnato l’evoluzione delle vita politica italiana per circa dodici anni, segnando tre elezioni – 1994, 1996 e 2001 – e producendo esiti differenti per entrambi gli schieramenti in campo. Infatti, nel ’94 e 2001 favorì la vittoria del polo guidato da Silvio Berlusconi, mentre nel ’96 la coalizione costituitasi attorno a Romano Prodi. Nelle sue due prime applicazioni – ’94 e ’96 – la vittoria delle coalizioni non fu piena in entrambi i rami, ma soggetta al concorso determinante di forze “esterne” (la Lega Nord per il centrodestra nel ’94 e Rifondazione comunista per il centrosinistra nel ’96), che, fatalmente, determinarono una rapida caduta dei rispettivi Esecutivi. Solo nel 2001 la vittoria della Casa della Libertà fu chiara e notevole sia alla Camera che al Senato, consentendo una relativa stabilità governativa.

 Nonostante tali inconvenienti, va detto che grazie alla legge Mattarella si inaugurò, per la prima volta nel nostro Paese, una dinamica tendenzialmente bipolare del sistema politico, seppur in un quadro di vieppiù crescente personalizzazione della contesa tra sostenitori e oppositori della leadership di Silvio Berlusconi.

Inoltre, attraverso l’adozione del collegio uninominale, i cittadini potevano incidere maggiormente nella selezione del personale parlamentare di quanto non sia loro consentito dalla legge Calderoli, garantendo un collegamento più stabile e visibile tra l’eletto ed il proprio territorio di elezione. Un aspetto non di poco conto per una rilegittimazione della politica necessaria nella stagnante stagione dell’attualità.

Come che sia, assunto che nessun sistema elettorale è esente da aporie e contraddizioni, un eventuale ritorno al Mattarellum – di cui si discuterà nella prossima settimana – non sarebbe, a giudizio di chi scrive, da rifiutare a priori, se le forze politiche si apprestassero a modificarne gli aspetti più controversi, confezionando così un sistema “di garanzia” capace di portare l’Italia fuori dalle secche del Porcellum in cui, al contrario, rischia di restare impantanata ancora per molto, per la gioia di pochi e lo sdegno di molti.

Anche se è lecito nutrire dubbi che ciò possa accadere.

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