Il Porcellum, la Consulta e lo scaricabarile

di Gabriele Maestri

Nelle scorse settimane lo si è sentito ripetere (a partire dal Capo dello Stato) decine di volte: bisogna mettere seriamente mano alla legge elettorale entro il 3 dicembre, giorno dell’udienza pubblica alla Corte costituzionale, per discutere sulla questione sollevata dalla Cassazione su alcuni punti della legge. Il Porcellum però è ancora lì.

In Italia – come in tutti gli altri paesi – le leggi le dovrebbe fare il Parlamento. Da noi capita spesso che all’inizio le faccia il Governo e poi tocchi alle Camere limare, aggiungere e mettere toppe: non va bene, ma se ci si attrezza a dovere il meccanismo è gestibile. E se le leggi finiscono per non rispettare le regole fondamentali del gioco del paese, c’è la Corte costituzionale. Giusto, a patto di non chiederle quello che non può e non deve fare.

Punto primo: vietato accusare i giudici costituzionali di avere dormito per sette anni. Chi lo fa parla senza conoscere le regole (sport diffuso in Italia). La Corte non può intervenire di sua iniziativa, neanche se l’incostituzionalità è grande come una casa: le leggi, si diceva, le fa il Parlamento e se la Corte (competente, ma non eletta dai cittadini) potesse smontarle liberamente, non su sollecitazione, salterebbe il sistema.

La Consulta, dunque, può intervenire solo quando – per quanto interessa qui – in un processo emerga un dubbio sulla costituzionalità di una norma e il dubbio non permetta di esaminare la causa se non è risolto. Solo allora il giudice può interpellare la Corte costituzionale, che può anche dire che il giudice ha preso un abbaglio. 

Già così si capisce che è maledettamente difficile che la Corte si occupi della legittimità della disciplina elettorale. Potrebbe sollevare il dubbio una delle Camere durante la verifica dei poteri, ma è come se i parlamentari scrivessero il loro atto di sfratto. Tutti i tentativi fatti in precedenza di interessare “dal basso” la Consulta delle norme per trasformare i voti in seggi erano falliti, per questo l’udienza di martedì è una notizia “nuova” (anche se per qualcuno la questione è e resta palesemente inammissibile). Stappare una bottiglia o anche solo metterla al fresco, però, è azzardato.

Il secondo punto, infatti, riguarda la decisione della Corte. Rimasero delusi il milione e 200mila cittadini che avevano firmato le richieste di referendum (idea di Pierluigi Castagnetti, tradotta nei quesiti Morrone-Parisi-Palumbo, al cui studio preparatorio partecipai anch’io non senza dubbi), quando la Consulta le bocciò all’inizio del 2012. Chi aveva proposto i referendum voleva riattivare il Mattarellum, ma la Corte disse che – per come erano scritti – i quesiti avrebbero solo cancellato il Porcellum, senza far rivivere la vecchia legge. Si può discutere l’esito, ma per i giudici costituzionali non si può demolire una norma “costituzionalmente necessaria”, se le norme che restano non funzionano da sole. Per una legge elettorale, si deve poter votare subito con la normativa di risulta: se il meccanismo si inceppa, la norma, magari incostituzionale, non si può togliere. Al più si invita il Parlamento a fare qualcosa: la Corte lo ha fatto nel 2012 (con le sentenze sui referendum) e quest’anno.

Tenendo fermo questo principio, si può passare al terzo punto, cioè a cosa la Corte deciderà in concreto. Difficile pensare a una bocciatura completa del Porcellum (che nella questione non è nemmeno richiesta) per la ragione vista prima. E’ meno improbabile un intevento sul premio di maggioranza, che la Consulta ha criticato più volte, ma anche qui non c’è niente di sicuro: il problema non è il premio in sé ma l’assenza di una soglia per farlo scattare. Se è difficile che la Corte possa “inventarsi” una soglia che nel nostro ordinamento non c’è (è una funzione “creativa” che spetta al Parlamento), potrebbe eliminare del tutto le norme sul premio di maggioranza. A quel punto, il sistema risulterebbe un proporzionale (simile a quello in uso prima del Mattarellum) con lo sbarramento: un sistema più equo, se si vuole, ma senza garanzia di governabilità. Senza contare che, essendo ancora in corso la convalida dei parlamentari, la Corte dovrebbe trovare il modo per limitare l’efficacia della sua sentenza al futuro, per evitare che tutti i parlamentari eletti con il premio di maggioranza perdano il seggio.

Quanto alle “liste bloccate”, accusate a ragione di avere riempito le Camere di “nominati”, non si capisce come la Consulta potrebbe intervenire: è difficile pensare che le bocci per intero (con cosa sarebbero sostituite?), ancora meno che possa reintrodurre il voto di preferenza (è una scelta politica, che spetta al Parlamento).

Morale: chi scrive è pessimista sul fatto che la Corte costituzionale, dal 3 dicembre in poi, possa fare qualcosa di incisivo, anche perché da ogni intervento sorgerebbero più problemi che soluzioni: del resto, negli ultimi casi in cui il collegio si è dovuto occupare della legge elettorale, ha sempre cercato il modo più elegante di sbarazzarsi delle questioni, limitandosi a lanciare moniti che il Parlamento ha sempre lasciato cadere. La cosa che rattrista di più, però, è che gran parte dei partiti e dei politici presenti alle Camere abbiano potuto pensare che sarebbe bastato non decidere sul Porcellum, nella speranza che la Corte togliesse loro le castagne dal fuoco. E se la Consulta alla fine non farà nulla, limitandosi ai moniti già letti, qualcuno sarà pronto a dire che, se i giudici costituzionali non sono intervenuti, in fondo la porcata non era così grossa e la si può lasciare com’è. Uno scaricabarile inaccettabile, che nessuno si merita.

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