L’impeachment del Presidente Napolitano: un puro esercizio di retorica

di Alessandro Gigliotti

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È di queste ore la notizia della presentazione di una richiesta di impeachment del Presidente Giorgio Napolitano da parte dei parlamentari del Movimento 5 Stelle. A distanza di oltre vent’anni dal precedente di Cossiga, riemerge emblematicamente l’istituto della messa in stato d’accusa – secondo la terminologia adottata dal Costituente –, a dimostrazione di un nesso inscindibile tra crisi politico-istituzionale e rafforzamento della figura presidenziale, cui talvolta conseguono tentativi di colpire la suprema magistratura con iniziative di dubbia fondatezza.

Secondo il testo depositato, il Presidente Napolitano avrebbe infatti «violato – sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e con modalità formali ed informali – i valori, i principi e le supreme norme della Costituzione repubblicana», macchiandosi pertanto del reato di attentato alla Costituzione di cui all’art. 90 della Carta fondamentale. In particolare, questi sarebbero i profili rilevanti: 1) abuso della decretazione d’urgenza; 2) riforma costituzionale ed elettorale; 3) mancato esercizio del potere di rinvio; 4) rielezione dello stesso Presidente per un secondo mandato; 5) improprio esercizio del potere di grazia; 6) rapporti con la magistratura nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Ora, prescindendo dal merito della denuncia e dei singoli capi di imputazione, alcuni dei quali sono francamente ai limiti del surreale, merita evidenziare il contenuto e il significato dell’art. 90 della Costituzione e dei c.d. «reati» presidenziali. La Costituzione repubblicana, sul solco delle democrazie parlamentari, assegna al Capo dello Stato un ruolo di garante dell’ordinamento costituzionale e del corretto funzionamento della macchina istituzionale. In quanto organo privo di indirizzo politico, il Presidente è politicamente e giuridicamente irresponsabile, salvo il caso in cui si macchi di una condotta che la Costituzione definisce come «alto tradimento» o «attentato alla Costituzione», riprendendo una terminologia che assume un significato pregnante alla luce dei testi costituzionali odierni e del recente passato. In tali casi, il Presidente è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune di deputati e senatori, che deve deliberare a maggioranza assoluta dei suoi componenti; sulle accuse è poi chiamata a giudicare la Corte costituzionale, la cui composizione è integrata da 16 giudici «aggregati». Si tratta, indubbiamente, di una procedura dall’alto contenuto politico, ma la previsione di un intervento della Corte, cui spetta decidere in via definitiva, assicura un indispensabile bilanciamento volto ad impedisce alla maggioranza politica di deporre un Presidente in assenza di motivi realmente fondati.

Le due fattispecie dell’alto tradimento e dell’attentato alla Costituzione sono apparentemente diverse anche che, in realtà, attengono ad una medesima situazione: quella di un Capo dello Stato che, venendo meno al suo ruolo di garante della Costituzione, assuma degli atteggiamenti volti a sovvertirla con mezzi contrari ad essa nonché alle altre norme di legge. Detto altrimenti, non basta una semplice violazione di norme costituzionali per configurare un’ipotesi di «reato» presidenziale; per questi casi, infatti, l’ordinamento prevede altri strumenti, quali ad esempio il conflitto di attribuzioni. Un Presidente reo di alto tradimento o attentato alla Costituzione, in poche parole, è un Capo di Stato che va ben oltre la Costituzione, sino al punto, ad esempio, di ordire un colpo di Stato o altro atto di particolare ed assoluta gravità.

In conclusione, per avere gli estremi della messa in stato d’accusa è necessario che il Presidente compia atti anticostituzionali e non semplicemente incostituzionali. Quando invece si imputa ad un Presidente di aver fatto ciò che la Costituzione e le leggi prevedono che faccia, di non aver fatto quello che la Costituzione gli impedisce di fare e, addirittura, quello che altri organi costituzionali hanno legittimamente fatto, basando l’accusa su dubbie interpretazioni delle norme costituzionali, allora ci si trova davanti ad un puro esercizio di retorica, privo di alcun rilievo politico ed istituzionale.

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