Il Governo Renzi tra continuità e rottura

di Vincenzo Iacovissi

Incassata la fiducia della Camera, dopo quella del Senato, l’attività del nuovo Esecutivo, guidato da Matteo Renzi, può prendere avvio. Come noto, infatti, il conferimento della fiducia rappresenta la condizione imprescindibile affinché ogni Governo possa permanere in carica, seppur già nel pieno delle funzioni al momento del giuramento nelle mani del Capo dello Stato.

Fin qui le norme della Costituzione. La formazione del Consiglio dei Ministri, tuttavia, riveste un significato politico che va ben oltre l’angusto spazio che la carta fondamentale le assegna.

L’intera fase di soluzione delle “crisi di governo” è prodotto di stratificazioni successive di convenzioni, prassi e consuetudini che contribuiscono a modellarne le peculiarità, conferendole un carattere di flessibilità capace di adattarsi ai mutamenti.

La nascita del Governo Renzi può ben inquadrarsi dentro questa cornice di flessibilità, in quanto le modalità che l’hanno accompagnata spaziano tra elementi di rottura e fattori di continuità.

Le rotture, indubbiamente, sono oggetto di maggiore attenzione, grazie alla capacità del nuovo premier di porsi, dinanzi all’opinione pubblica e alle stesse istituzioni, più come un “Sindaco d’Italia” che come un classico Primo Ministro. Da ciò, consegue, lo stile smart assunto da Renzi nelle dichiarazioni pubbliche, nella scelta della squadra di governo con notevole presenza femminile e significativa rappresentanza di “giovani”, nel modo di porsi dinanzi alle Assemblee parlamentari al momento della richiesta del voto di fiducia.

Agli osservatori più attenti non saranno, però, sfuggiti, taluni fattori di continuità. Oltre alle modalità di avvicendamento con il precedente Gabinetto, che ricordano molto da vicino le crisi extraparlamentari tipiche del primo quarantennio repubblicano, anche la stessa ripartizione degli incarichi ministeriali – così come la prossima individuazione di vice ministri e sottosegretari –, ha seguito criteri di ponderazione ed equilibrio connaturati alle esperienze di Esecutivi di coalizione.

Il Governo Renzi, pertanto, si colloca ai nastri di partenza con un’indubbia carica di novità rispetto ai suoi predecessori, vicini e lontani, ma non potrà non essere soggetto alle medesime regole scritte e, soprattutto, non scritte della politica. Sarà interessante verificare la capacità di mediazione e sintesi tra le diverse componenti, sia dal punto di vista programmatico che funzionale, così come monitorare il bilanciamento tra lo slancio riformista propugnato dal segretario PD e le costanti tendenze alla conservazione del sistema istituzionale e burocratico italiano.

Tra le sfide più importanti ci sarà, ovviamente, quella elettorale. Si ripartirà dal testo sul c.d. Italicum, frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi ed esteso, con qualche aggiustamento, al segretario del Nuovo Centro Destra, Angelino Alfano. A giudicare dalle dichiarazioni rilasciate dai principali leader di coalizione in queste ore, la riforma del meccanismo di voto sarà agganciata alla trasformazione del Senato da Assemblea elettiva a Camera delle autonomie, con tutto ciò che ne potrà derivare in termini di tempi e modi del percorso di innovazione istituzionale.

La revisione dell’assetto territoriale della Repubblica, con l’abolizione delle Province e la manutenzione del Titolo V della Costituzione faranno il resto. Non dimenticando le annunciate misure di riduzione dei c.d. “costi della politica”.

Su questi e molti altri temi il Governo Renzi si confronterà con opposizioni parlamentari molto rilevanti e dotate di seguito popolare. Quanto ed in quale misura le istituzioni italiane saranno in grado di adattarsi al nuovo scenario, collocandosi al centro dei processi in atto ovvero resistendo ad essi, è uno degli aspetti sui quali Ballot concentrerà il proprio interesse, seguendo la massima anglosassone del “sincero esperimento” o della “benevola attesa” nei confronti di ogni nuovo Esecutivo.

Buon lavoro.

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