Riforma elettorale e riforma del Senato. Conciliarle è possibile

di Alessandro Gigliotti

In queste ore, salvo ulteriori rinvii, la Camera dei deputati tornerà ad esaminare la proposta di legge di riforma elettorale (c.d. Italicum). Chiusa la parentesi necessaria per risolvere la crisi di governo, i plenipotenziari dei principali partiti sono alle prese con i tanti emendamenti presentati al testo e, soprattutto, con quelli che puntano a sospendere l’entrata in vigore della nuova legge.

Le ragioni che spingono ad inserire nel testo alcune disposizioni di tale portata non sono del tutto prive di fondamento e, anzi, la logica vorrebbe che la legge elettorale fosse esaminata ed approvata solamente dopo la riforma del Senato. Il perché è presto detto: se occorre mettere mano al bicameralismo per superare l’attuale regime paritario tra i due rami del Parlamento – il che presuppone, peraltro, di ritoccare diversi articoli della Seconda Parte della Costituzione -, conviene procedere prima su tale aspetto e solo dopo, in stretta correlazione, definire le modalità di elezione di deputati e senatori. Approvare prima la legge elettorale e poi approntare una riforma del bicameralismo significherebbe seguire una scansione del tutto illogica e preventivare un ulteriore intervento normativo per adeguare la prima alla seconda. In poche parole, significherebbe mettere il carro davanti ai buoi.

Nell’ipotesi in cui non si voglia – quale che sia la ragione – modificare l’assetto del bicameralismo, invece, il discorso cambia drasticamente: di per sé, una riforma elettorale non è giuridicamente indispensabile, poiché la legge attualmente vigente, dopo la sentenza della Corte costituzionale, è già operativa e, giova ribadirlo, pienamente conforme al quadro costituzionale. Politicamente, tuttavia, il discorso è ben diverso e, in tale prospettiva, il Parlamento è certamente legittimato ad approvare una nuova legge elettorale, purché questa sia non soltanto in linea con la recentissima giurisprudenza della Corte, ma anche e soprattutto con l’assetto parlamentare italiano. Il bicameralismo paritario, infatti, impone omogeneità politica tra le due Camere, le quali sono entrambe chiamate a conferire la fiducia al Governo, e pertanto omogeneità tra le due leggi elettorali, che devono essere strutturate in modo da agevolare tale esito e non ostacolarlo, come faceva la legge Calderoli.

Si potrebbe giustamente obiettare che l’iter per l’approvazione della nuova legge elettorale è in uno stadio avanzato e che sarebbe sbagliato perdere l’occasione in attesa della riforma costituzionale, che richiede tempi lunghi. Le condizioni che ci sono oggi potrebbero non esserci domani. D’accordo. Qui entrano in gioco i ben noti emendamenti che propongono un differimento dell’entrata in vigore della legge, qualora approvata. Ma quali sono in concreto le opzioni sul campo?

Prima ipotesi: si approva la legge che modifica il sistema elettorale di Camera e Senato, ma se ne subordina l’entrata in vigore alla riforma costituzionale del Senato. La soluzione è controproducente per l’evidente ragione che in tal modo gli effetti della riforma sono condizionati ad un evento futuro ed al momento non ponderabile. Se la riforma costituzionale del bicameralismo non dovesse farsi, per qualsivoglia motivo, la nuova legge elettorale scomparirebbe e si andrebbe a votare con quella attuale. Se invece andasse in porto, bisognerebbe comunque mettere mano all’Italicum, modificando le norme relative a Palazzo Madama che, a quel punto, non sarebbero adattabili al nuovo assetto.

Seconda ipotesi: l’entrata in vigore della nuova legge è sospesa per 12-18 mesi, tempo più che sufficiente per riformare il bicameralismo. Anche questa soluzione ha degli inconvenienti, poiché si subordina l’entrata in vigore non già ad un fatto ben preciso, ma ad una mera scadenza temporale. Sicché, se per ipotesi si dovesse votare entro l’anno o prima, si andrebbe alle urne con la legge attuale.

Terza ipotesi: si procede con la riforma elettorale della Camera e si mette da parte il Senato, nella prospettiva di una riforma imminente del bicameralismo. Soluzione peggiore delle prime due e in assoluto da scartare, poiché diversifica enormemente le due leggi elettorali senza avere la certezza di giungere ad una riforma costituzionale che lo giustificherebbe. In caso di voto, si andrebbe alle urne con due leggi elettorali molto disomogenee, rischiando concretamente un esito analogo a quello dello scorso anno: un parlamento senza maggioranza e ingovernabile.

In conclusione. Se proprio si vuole accelerare l’iter per modificare la legge elettorale, l’unica soluzione sensata è quella di lavorare esclusivamente sul sistema di elezione per la Camera, prevedendo al contempo che la legge entri in vigore solo con la riforma costituzionale del Senato. Solo così si giustifica un differimento dellentrata in vigore della riforma. In alternativa, meglio adottare una legge elettorale per entrambi i rami del Parlamento ragionando de iure condito, cioè sul testo costituzionale attualmente vigente. «Di doman», infatti, – diceva Lorenzo de’ Medici – «non c’è certezza». Delle riforme costituzionali, neppure.

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