Le “quote rosa” che fanno tremare il Parlamento

di Francesca Ragno

Parafrasando un noto slogan dei movimenti femministi sarebbe il caso di dire “tremate tremate le quote rosa sono tornate”, infatti nelle ultime settimane sia la Camera dei deputati che il Senato della Repubblica sono stati impegnati in un’accesa discussione politica sulla necessità di inserire o meno sia  nella nuova legge elettorale per le elezioni politiche che per le elezioni europee, disposizioni per garantire la candidatura di un maggior numero di donne auspicando anche  un maggior numero di elette.

Se proprio mentre scriviamo il Senato della Repubblica ha approvato in prima lettura il testo del disegno di legge per garantire l’equilibrio di genere per le elezioni europee, è senza dubbio sulla legge elettorale per le politiche, il cosiddetto Italicum, e sull’accesa battaglia condotta dalle deputate e dai movimenti delle donne che si sono accesi i riflettori della stampa nazionale, solo alcuni giorni fa.

Quote rosa, parità di genere, 50&50, alternanza in lista: sono espressioni che sono ricorse spesso sulle pagine di giornale e nei tg, spesso però con scarsa chiarezza e tanta disinformazione. Cerchiamo quindi di capire perché le deputate hanno dato vita a un dibattito parlamentare dai toni sostenuti e hanno protestato vestendosi di bianco, come simbolo di unità tra destra e sinistra, al di là dei partiti.

Facciamo un passo indietro e torniamo a 9 anni fa. Il Parlamento sta approvando il tanto famigerato Porcellum e allora l’onorevole Stefania Prestigiacomo è ministra per le pari opportunità. Tutti ricorderanno le sue lacrime in aula quando la Camera bocciò l’emendamento presentato con il parere favorevole dell’allora Governo Berlusconi che garantiva la presenza di almeno il 15% di donne nelle liste (ovvero l’obbligo di candidare una donna ogni tre uomini) introducendo sanzioni pecuniarie per la liste che non avessero rispettato tale rapporto. L’emendamento votato a scrutinio segreto fu respinto con 452 no e 140 sì, con il voto contrario dell’allora opposizione che chiedeva sanzioni maggiormente deterrenti  per i partiti e da parte di alcuni “franchi tiratori” della maggioranza di centro-destra, propositrice dell’emendamento stesso. Ironia della sorte lo stesso Governo che due anni prima aveva approvato la riforma dell’articolo 51 della Costituzione proprio per dare copertura costituzionale al possibile inserimento di norme di riequilibrio di genere che erano state bocciate dalla Corte Costituzionale nel 1995, alla prima occasione utile, non dà attuazione al principio di pari opportunità.

Nel 2014 gli estensori dell’Italicum, visto anche una mutata sensibilità in materia e un riscoperto attivismo delle associazioni femminili, inseriscono già nel testo base una disposizione per il riequilibrio di genere, un passo in avanti rispetto al Porcellum dove non vi era nessuna norma che potesse identificarsi con quelle chiamate giornalisticamente “quote rosa”.

Nel testo licenziato dalla Camera dei deputati e che ora passa all’esame del Senato si legge: “A pena di inammissibilità, nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento con arrotondamento all’unità superiore; nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali non possono esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere”.

L’italicum prevede circoscrizioni regionali divise a loro volta in collegi plurinominali. Per esempio la Regione Lazio in totale elegge 57 deputati. Quindi ogni partito presenterà nel complesso un numero di candidati pari a 57 unità: questi 57 candidati dovranno essere per metà uomini e per metà donne. Quindi il Pd per esempio candiderà in tutto il Lazio 29 donne e 28 uomini e deciderà come distribuirli nei collegi plurinominali. In alcune liste di collegio ci potranno essere più donne in altre più uomini, perché per arrivare al 50% di candidature di ogni genere si dovrà andare a compensazione tra collegi. La cosa certa è che non ci potranno essere collegi che avranno liste totalmente mono-genere perché in ogni caso ogni due candidati dello stesso genere, si dovrà inserire un candidato del sesso opposto. Le donne quindi dovranno essere candidate e dovranno esserlo in numero eguale ai colleghi uomini.

Cos’è che allora ha fatto alzare le barricate alle deputate sia di centro-destra che di centro-sinistra e ha fatto scaldare i motori alle associazioni femminili? Se la disposizione di riequilibrio di genere illustrata garantisce una parità di fatto nelle candidature quindi ai nastri di partenza per fare un esempio sportivo, non garantisce però una parità di elezione, quindi una parità di risultato. Non si porterebbe a compimento quello che per i movimenti delle donne è la parità di genere o democrazia paritaria: ovvero il 50% di donne e uomini sia nelle assemblee elettive e negli organi di Governo. Il timore delle deputate è che in collegi molto piccoli con liste corte con un numero di eletti che vanno dai 2 ai 6 a seconda dei casi a farla da padrone siano gli uomini, più forti solitamente nei partiti e quindi con una maggiore forza contrattuale di farsi candidare capolista e avere la certezza dell’elezione.

Il dibattito parlamentare o meglio la battaglia è stata incentrata su una serie di emendamenti che potevano garantire alle donne la certezza dell’elezione: la candidatura obbligatoria nelle liste in maniera alternata tra uomini e donne oppure l’alternanza obbligatoria trai capolista nei diversi collegi di una circoscrizione. Tecniche queste elettorali di riequilibrio di genere che avrebbero di fatto sì garantito il risultato di avere una Camera dei deputati paritaria tra uomini e donne, ma stando alla giurisprudenza costituzionale avrebbero potuto trovare uno stop proprio dalla Consulta. Dal 1995 al 2010 la Corte Costituzionale ha certamente mutato il suo orientamento verso le disposizioni elettorali per favorire le pari opportunità, ma ha tenuto fermi alcuni principi: la necessità di un’azione di crescita culturale all’interno dei partiti politici, i vivai da cui si forma la classe politica, la netta separazione tra garanzia di risultato e uguaglianza di opportunità e tenuta ferma la libertà dell’elettore il promuovere il riequilibrio di genere, ma non imporlo.

Quanto previsto nell’Italicum va in questo senso: garantisce alle donne l’opportunità di essere candidate e fa sì che i partiti possano dimostrare la loro virtuosità in tema di parità di genere. Le deputate agguerrite per poter difendere i “loro” posti in lista e la “loro” elezione, forse dovrebbero portare avanti una battaglia culturale soprattutto nelle stanze dei partiti, nelle segreterie e nelle direzioni e farsi valere come donne di potere con pari capacità contrattuali e forza elettorale dei loro colleghi di partito e non solo come dei corpi, magari dei bei corpi, da mettere nelle liste elettorali. Sarebbe bello che per tutte le donne la stessa unità di intenti e la stessa protesta bipartisan le deputate la portassero avanti magari per garantire  a tutte le italiane parità retributiva nel lavoro, adeguata assistenza sanitaria anche rispetto alla scelta di portare avanti o no una gravidanza, contro le dimissioni in bianco o per avere più asili nido come in tutta Europa. Non si può più aspettare, se non ora quando?

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