Le dimissioni di Napolitano. Un evento annunciato

di Alessandro Gigliotti

dimissioni Napolitano

Com’era stato ampiamente annunciato, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rassegnato le dimissioni alle 10.35 di oggi, a distanza di meno di due anni dalla sua rielezione e poche ore dopo il discorso di Renzi al Parlamento europeo, che ha chiuso il semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Si chiude così una parentesi avviata nell’aprile del 2013, quando il Parlamento in seduta comune al sesto scrutinio ha rieletto il Presidente uscente, andando in senso contrario rispetto ad una prassi che, pur nel silenzio della Costituzione, aveva sempre escluso tale eventualità.

Che il secondo settennato di Napolitano sarebbe durato circa un paio d’anni, in realtà, lo si sapeva sin dall’inizio. Un biennio era non soltanto un arco di tempo relativamente ampio da permettere al Paese di mettere in cantiere le riforme economiche ed istituzionali ritenute allora non più rinviabili, ma anche un tempo che non esponeva al rischio di protrarre il mandato oltre la sostenibilità dovuta alla carta di identità del titolare. Un biennio era a grandi linee la prospettiva entro cui si sarebbe dovuto muovere il Governo Letta, prima di decretare la fine di una legislatura che si preannunciava breve. Da quel momento ad oggi, però, le condizioni politiche sono drasticamente mutate. Con la nascita del Governo Renzi la legislatura sembra avviata a durare più del previsto, nonostante una storica sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionali le norme elettorali; ma con il nuovo esecutivo si è anche interrotta la serie di «governi del Presidente» avviata con la nomina di Monti e proseguita con Letta. Un governo che cammina da solo e che trae la sua legittimazione dalla fiducia della maggioranza parlamentare non richiede più una garanzia del Quirinale come avvenuto in passato.

Le dimissioni di Napolitano aprono ora lo scenario della supplenza del Presidente del Senato, Pietro Grasso, e soprattutto quello delle elezioni presidenziali. A tal proposito, l’art. 86 della Costituzione prevede che in caso di impedimento permanente, morte o dimissioni del Capo dello Stato, il Presidente della Camera debba indire le elezioni del nuovo Presidente entro 15 giorni, salvo il caso di Camere sciolte ovvero qualora manchino meno di tre mesi alla loro cessazione. Entro il prossimo 29 gennaio, pertanto, saranno riuniti i «grandi elettori» chiamati a scegliere il nuovo inquilino del Quirinale: i parlamentari in carica, i 58 delegati regionali, ivi inclusi i senatori a vita tra i quali vi sarà anche lo stesso Giorgio Napolitano. La maggioranza richiesta sarà quella dei due terzi nei primi tre scrutini e quella assoluta a partire dal quarto.

Nei giorni scorsi Ballot ha proposto un sondaggio, per chiedere ai lettori chi sarebbe stato, secondo loro, il futuro Presidente della Repubblica. Ha prevalso Emma Bonino, la storica leader del Partito radicale che ha preceduto altri due autorevoli esponenti politici, Giuliano Amato e Romano Prodi. Ma i nostri lettori hanno attribuito diversi «voti» anche ad altri potenziali candidati. D’altra parte, le elezioni presidenziali sono una gara dall’esito sempre incerto e non sono pochi i grandi leader del passato che, pur favoriti alla vigilia, non sono riusciti ad ottenere i consensi necessari: da Sforza a Merzagora, da Fanfani a Nenni, da Forlani ad Andreotti. Mai come questa volta, poi, il «conclave laico» rischia di aprirsi senza un vero favorito, anche e soprattutto alla luce degli eventi che hanno portato nel 2013 alla rielezione di Napolitano, dopo che gli scrutini precedenti avevano visto bruciati i candidati proposti.

Invitiamo pertanto i nostri lettori a seguire le vicende dei prossimi giorni con la passione civile e politica che si confà ad eventi di grande rilievo come questo. Poiché il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e riveste non soltanto il ruolo di rappresentante dell’unità nazionale, ma anche e soprattutto quello di garante della Costituzione.

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