Lo snodo del 2016

di Alessandro Gigliotti

Siamo ormai al termine del 2015, un anno denso di avvenimenti per la politica italiana ed europea. Per quanto concerne il nostro Paese, l’anno che giunge a conclusione ha registrato importanti innovazioni in materia istituzionale e sul versante delle politiche per il lavoro e dell’economia. L’entrata in vigore dei decreti attuativi del Jobs Act, da un lato, ha prodotto un deciso ridimensionamento dei contratti atipici, che hanno reso precaria e priva di tutele un’intera generazione, ed ha permesso l’ingresso nel mercato del lavoro di moltissimi giovani assunti finalmente con contratti a tempo indeterminato. Le prospettive di crescita del Prodotto interno lordo, dall’altro, sono incoraggianti: non c’è ancora un imponente cambio di tendenza, ma la recessione sembra ormai alle spalle. Le ultime manovre di bilancio favoriscono un simile scenario, giacché dopo anni di politiche di austerità si intravedono misure concrete volte ad allentare, almeno in parte, la pressione fiscale.

Sul versante istituzionale, il 2015 ha invece visto l’entrata in vigore della nuova legge elettorale, l’Italicum, che andrà a regime a luglio e sarà quindi adottata per l’elezione della prossima Camera dei deputati. Le riforme costituzionali, invece, richiedono ancora alcuni passaggi, ma superato lo scoglio di Palazzo Madama nello scorso autunno è verosimile attendersi un finale in discesa. A gennaio, la Camera dei deputati procederà al voto finale che concluderà la prima lettura; seguirà quindi la seconda, nella quale non sono ammesse modifiche. Il referendum confermativo, secondo alcune indiscrezioni, si svolgerà nell’ottobre del prossimo anno.

Una volta portate a compimento le riforme istituzionali, ci si avvierà verosimilmente verso l’ultimo scorcio della legislatura. Non si può escludere, infatti, che si vada al voto già nella primavera del 2017, nonostante governo e maggioranza ritengano il 2018 l’orizzonte naturale. Il nuovo assetto istituzionale, ad ogni modo, sembra ormai alle porte.

Ciò non significa che la crisi istituzionale sia definitivamente superata, come testimoniano le recenti vicende dei Paesi europei. A gennaio si sono svolte le elezioni politiche in Grecia, elezioni che hanno decretato la vittoria della sinistra radicale di Tsipras ed hanno conseguentemente aperto una lunga trattativa con la c.d. Troika in ordine alle misure di salvataggio volte ad evitare il default del Paese ellenico. La crisi dei partiti tradizionali in favore di forze politiche radicali o populiste si è resa evidente anche altrove, come in Francia, dove solo i meccanismi elettorali hanno impedito una netta affermazione del Front national di Marine Le Pen alle ultime regionali, e in Spagna, le cui elezioni politiche hanno consegnato al Paese un Congresso dei deputati senza maggioranza e difficilmente gestibile. Si tratta pertanto di un problema generalizzato, che accomuna un po’ tutte le democrazie europee.

L’impressione è che la crisi che colpisce da diversi anni l’Europa non sia momentanea, né derivi esclusivamente dalla pesante crisi economica che il Vecchio Continente sta vivendo dal 2009 in poi. È molto più realistico leggere gli eventi come il sintomo di un cambiamento ben più profondo, che segna il passaggio tra due epoche. Il Novecento è ormai concluso ma non siamo ancora pienamente giunti nel nuovo Secolo, l’epoca del tramonto delle ideologie tradizionali e della post-democrazia. La difficoltà nell’affrontare le insidie scaturisce dalla tendenza ad analizzare gli eventi utilizzando chiavi di lettura del passato, tendenza fisiologicamente radicata in tutti coloro che conoscono e vivono le istituzioni dall’interno.

Sul punto, molto resta ancora da dire e da fare. Come sempre, Ballot non si tira indietro e si propone di offrire ai lettori un piccolo contributo per analizzare e comprendere al meglio i mutamenti in atto.

Buon Natale a tutti.

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