Verso le elezioni anticipate?

di Alessandro Gigliotti

Lo scorso anno, nel consueto editoriale natalizio, Ballot poneva il 2016 come anno centrale della legislatura e della vita istituzionale del nostro Paese. Non era una previsione infondata: l’anno appena trascorso ha rappresentato per davvero uno snodo decisivo. È stato l’anno della riforma costituzionale, dapprima approvata dal Parlamento, in seguito respinta dal voto popolare lo scorso 4 dicembre. Ne sono conseguite le dimissioni del Governo presieduto da Matteo Renzi e la formazione, tuttora in corso, di un nuovo esecutivo guidato da Paolo Gentiloni.

È così caduto nel vuoto il progetto riformatore dell’ex sindaco di Firenze, che vi aveva puntato fortemente come dimostrano i dibattiti parlamentari, la recente campagna referendaria e, del resto, l’approvazione di una nuova legge elettorale per la Camera modellata sul nuovo assetto (l’Italicum). Proprio la politicizzazione eccessiva del percorso riformatore ha reso – politicamente – non differibili le dimissioni del Premier, salvo i pochi giorni necessari all’approvazione definitiva della manovra di bilancio, dimissioni che peraltro rendono molto vicine le elezioni anticipate.

Per il vero, buona parte delle forze politiche erano dell’idea che il responso popolare, avendo bocciato l’indirizzo politico del governo in carica più che la riforma costituzionale, richiedesse la conclusione anticipata della legislatura, in modo da dare al popolo stesso la possibilità di legittimare una nuova maggioranza ed un nuovo programma di governo, dopo due governi del Presidente – Monti e Letta – e un terzo governo che, sebbene politico, era anch’esso privo della legittimazione popolare diretta.

Tuttavia, è apparso subito evidente che le elezioni immediate – dove per immediate si intende a febbraio – non erano una strada praticabile, quanto meno per due ragioni di carattere istituzionale. In primo luogo, l’esito referendario conferma l’attuale ruolo del Senato quale camera politica, giuridicamente parificata alla Camera dei deputati, il che richiede due sistemi elettorali tendenzialmente omogenei e coordinati. Tuttavia, se per la Camera è in vigore una legge elettorale iper-maggioritaria con premio di maggioranza e doppio turno, per il Senato resta ferma la legge Calderoli “riveduta” e “corretta” dalla Corte costituzionale (c.d. Consultellum), proporzionale con coalizioni e soglie di sbarramento differenziate. Votare con due leggi elettorali così disomogenee sarebbe una follia: troppo elevato il rischio di ritrovarsi un Parlamento quanto mai ingovernabile. In secondo luogo, la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane su alcuni ricorsi contro l’Italicum, ed è pertanto evidente che non si possono indire le elezioni con il rischio di ritrovarsi una legge elettorale dichiarata illegittima a quindici giorni dalle elezioni (con le candidature già depositate!).

Sono queste le ragioni che hanno spinto il Presidente Mattarella a tentare di costituire un governo che possa accompagnare il Paese in questa fase delicata. Un governo, quello presieduto da Gentiloni, che appare simile in tutto e per tutto a quello uscente – forse anche troppo, secondo alcuni – ma che non avrà un ruolo decisivo nella partita sulla riforma elettorale, come denota il fatto che nessun ministro ha ricevuto una delega in tal senso.

Resta forte la tentazione, ad ogni modo, di anticipare le elezioni politiche alla primavera del 2017. Ad oggi, non è facile fare previsioni, ma la finestra di maggio-giugno è da considerarsi un’ipotesi concreta, mentre è da escludere che si possa andare al voto in autunno, in piena sessione di bilancio, tanto più che non avrebbe molto senso anticipare il voto di pochissimi mesi rispetto alla scadenza naturale di marzo 2018. Il 2017, in ogni caso, sarà un anno di elezioni: si voterà in Francia, per le presidenziali e per le legislative, nonché in Germania. Due tornate decisive non soltanto per i rispettivi Paesi, ma anche per le sorti dell’Europa.

Per quanto concerne il nostro Paese, che si voti nel 2017 o nel 2018, la prospettiva non appare rosea. La crescita economica è limitata, i dati sul lavoro sono altalenanti, le riforme istituzionali – necessarie, occorre ribadirlo, soprattutto quella del bicameralismo – sono rimaste al palo. La società partitica appare sempre più frammentata e priva della coesione necessaria per affrontare, senza eccessive divisioni, i grandi problemi della nostra epoca.

Che sia un Natale di pace e di serenità per tutti voi. E che il nuovo anno sia di crescita, per ciascuno di noi e per il nostro Paese.

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