Referendum e “trivelle”/1: Ecco su cosa si vota

di Alessandro Gigliotti

Siamo ormai a poche ore dal referendum abrogativo sulle trivelle ed è bene chiarire alcuni aspetti per chi si accinge al voto o per chi, molto più semplicemente, vuole capire meglio di cosa di tratta.

Anzitutto, occorre premettere che il testo unico in materia ambientale (d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152) pone da alcuni anni un divieto generale di effettuare attività di ricerca, di prospezione e di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi sia all’interno del perimetro delle aree marine e costiere, sia nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalla costa (art. 6, comma 17). Con l’evidente obiettivo di tutelare ambiente ed ecosistema, in tali aree non è quindi possibile ricercare giacimenti, né tanto meno procedere all’estrazione di gas o di greggio. La legge, tuttavia, fa salve tutte le attività poste in essere dai soggetti cui sia stata accordata una concessione. Più in dettaglio, sino a qualche mese fa, il testo unico stabiliva che il divieto non si estendeva né alle concessioni in essere, le quali potevano peraltro essere prorogate alla loro scadenza, né ai procedimenti concessori che erano stati avviati al momento di entrata in vigore della norma stessa (agosto 2010).

Il quesito predisposto dal comitato promotore interveniva su questo aspetto, mediante l’abrogazione di alcune disposizioni del comma 17 dell’art. 6 che facevano salve, come si è visto, sia le concessioni in essere, con possibilità di proroga, sia i procedimenti concessori già avviati. La disposizione residua faceva salvi esclusivamente i titoli abilitativi già rilasciati, vale a dire le sole concessioni in essere, senza alcun richiamo alla possibilità di proroga.

Sennonché, con la legge di stabilità 2016 la disposizione richiamata è stata modificata ed attualmente l’art. 6, comma 17, recita nel seguente modo: «i titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale». Come si può ben notare, ad oggi entro le dodici miglia sono consentite le attività estrattive dei soggetti che abbiano una concessione in essere, ma a differenza del passato tali concessioni non hanno scadenza e restano operative per tutta la durata di vita utile del giacimento. In teoria, anche all’infinito. A seguito di tale innovazione legislativo, l’Ufficio centrale per il Referendum, istituito presso la Corte di Cassazione, ha però provveduto a «trasferire» il quesito dalle vecchie disposizioni alle nuove, avendo ritenuto che queste ultime non modificassero nella sostanza le precedenti. L’attuale quesito, quello su cui si voterà domenica, è quindi leggermente diverso dall’originale e punta ad abrogare le parole «per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale».

La questione su cui gli italiani sono chiamati a pronunciarsi, pertanto, è molto distante da quello di cui si parla in queste ultime settimane. Non è in gioco la questione delle fonti rinnovabili, né si tratta di scegliere tra queste e le fossili nel contesto della politica energetica nazionale. Segnatamente, in caso di vittoria del «no» la normativa descritta rimane inalterata: permane il divieto di nuove trivellazioni entro le dodici miglia ma sono fatte salve le concessioni in essere per tutta la vita utile del giacimento. Qualora dovessero prevalere i «sì», invece, le attività estrattive dovranno cessare una volta scadute le concessioni, senza alcuna possibilità di proroga, a prescindere dalla quantità di gas o di greggio ancora estraibile. Gli elettori, pertanto, sono chiamati a decidere sulla durata delle concessioni già in essere per le attività estrattive entro le dodici miglia, se cioè queste debbano divenire non più prorogabili alla loro scadenza o se invece debbano restare operative fintanto che sia possibile estrarre petrolio o gas.

Il tema, come si può notare, è estremamente tecnico ed è pertanto difficile prendere una posizione sul merito. Ma si può senz’altro escludere che si tratti di un referendum dagli scarsi effetti pratici. Di per sé, i sostenitori del «sì» fanno giustamente notare che la legge pone da tempo un divieto generale di estrazione di idrocarburi entro le dodici miglia, con finalità di tutela ambientale. Per tale ragione, non potendo revocare le concessioni da un giorno all’altro, sarebbe opportuno consentire le estrazioni sino alla loro scadenza senza però concedere ulteriori proroghe. La ratio del divieto sarebbe altrimenti elusa. Altro argomento in favore del «sì» scaturisce dal fatto che le norme vigenti non pongono una scadenza precisa per le attuali concessioni. Oltre ad essere inopportuna in quanto tale, una concessione ad infinitum sembra entrare in conflitto con l’esigenza di tutela ambientale che è alla base della legge e dello stesso articolo.

D’altro canto, i sostenitori del «no» mettono in evidenza che i rischi ambientali sarebbero tutto sommato limitati, poiché dagli impianti interessati si estrae quasi esclusivamente gas metano e pochissimo petrolio. Inoltre, pur ragionando di idrocarburi che coprono solo il 3% (gas) e l’1% (petrolio) del fabbisogno nazionale, rinunciarci sarebbe sbagliato perché così facendo si finirebbe per aumentare la già forte dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche. L’imminente chiusura di molti impianti, le cui concessioni scadono a breve, determinerebbe peraltro la perdita di un consistente numero di posti di lavoro, oltre che delle royalties e delle altre imposte che Stato ed enti locali incamerano.

Se dal punto di vista tecnico è quindi difficile stabilire quale delle due posizioni sia più funzionale al bene del Paese e dei cittadini, dal punto di vista politico la consultazione va ben oltre ed investe non soltanto la questione della migliore politica energetica da perseguire nei prossimi anni, ma anche l’operato del Governo in carica. Da questo punto di vista, la vittoria del «sì» contribuirebbe certamente a rafforzare il fronte dei sostenitori delle fonti rinnovabili e della necessità di superare prontamente le fonti fossili per ridurre l’inquinamento atmosferico mondiale. Dall’altro lato, i comitati per il «no» non mettono in discussione il fatto che le rinnovabili siano il futuro e che non si possa prescindere da investimenti in questo settore, ma sottolineano che gli idrocarburi sono fonti di energia di cui non si può fare a meno se si vuole soddisfare il sempre crescente fabbisogno energetico europeo e mondiale.

Da ultimo, è d’uopo una breve considerazione sulla questione del quorum di validità. Com’è noto, il referendum abrogativo necessita di un quorum pari alla metà più uno degli aventi diritto al voto, soglia che negli ultimi vent’anni è stata raggiunta solamente in occasione della tornata del 2011. Guarda caso, tra i quattro quesiti ce n’era uno riguardante il nucleare. Non occorre precisare che il raggiungimento del quorum è da tempo la vera posta in gioco: ciò per il semplice motivo che mentre i sostenitori del «sì» devono recarsi alle urne per far prevalere la loro posizione, i sostenitori del «no» possono rifugiarsi nell’astensione. Negli ultimi anni, la tendenza è stata questa ed il confronto non si gioca più tra favorevoli e contrari, ma tra favorevoli e astensionisti. Ciò rende la competizione oggettivamente sbilanciata in favore dei sostenitori del «no», i quali traggono indubbio vantaggio dall’astensionismo «fisiologico» che si va a sommare a quello «strategico». Per tale ragione, oltre che per non alimentare il distacco dalla politica che colpisce in modo particolare le nuove generazioni, sarebbe preferibile che la partita si giocasse ad armi pari e che tutti si recassero alle urne per esprimere il proprio voto, sia esso in un senso o nell’altro. Gli inviti all’astensione, provenienti anche da rilevanti attori politici, sono del resto comprensibili poiché la storia più recente insegna che il raggiungimento del quorum determina la vittoria quasi certa del «sì». Vedremo anche stavolta lo stesso copione? Non resta che attendere e, nel frattempo, documentarsi adeguatamente per poter assumere una posizione consapevole, quale che essa sia.

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Quei gradini che il premier dovrebbe salire

di Mazzarino

foto tratta da: fotoeweb.it

Diciamo subito che non esiste alcuna norma scritta che imponga un tale gesto. Ma dopo l’esito del voto sul disegno di legge relativo alle “unioni civili”, che ha visto l’ingresso ufficiale nella maggioranza di governo di un nuovo soggetto, l’Alleanza Liberalpopolare-Autonomie guidata dal senatore Denis Verdini, il premier, Matteo Renzi, dovrebbe recarsi al Quirinale per riferire sulla mutata situazione al Capo dello Stato, Sergio Mattarella.

La votazione fiduciaria connessa all’approvazione del provvedimento, infatti, nello spostare l’attenzione dal merito del testo alla verifica del rapporto di fiducia tra il governo e la propria maggioranza parlamentare, ha l’effetto di produrre conseguenze politiche molto rilevanti, come accaduto in questa occasione.

Segnatamente, il conferimento della fiducia da parte di pressoché tutti i senatori del gruppo “ALA” (18 su 19), comporta un ampliamento della base parlamentare dell’Esecutivo rispetto alla situazione precedente, da cui era scaturita, ormai due anni orsono, la compagine governativa in carica. Detto in altri termini, la coalizione che sostiene il governo Renzi si è modificata rispetto alla formula originaria, ampliandosi verso un altro soggetto sino ad allora all’opposizione.

Pertanto, sarebbe auspicabile che il Presidente del Consiglio investisse della questione il vertice dello Stato, cui la Costituzione assegna il delicato compito di arbitro del sistema politico-istituzionale, nonché poteri di soluzione delle crisi di governo. Nel caso di nostro interesse, pur non trattandosi di una cesura del rapporto fiduciario ai sensi dell’art. 94 cost., e neanche di dimissioni spontanee del governo per crisi extraparlamentare, l’allargamento della maggioranza riveste comunque una significativa importanza per non vedere coinvolto l’inquilino del Quirinale, al fine di consentirgli di apprezzare le circostanze ed assumere le eventuali decisioni.

Cosa potrebbe fare il Capo dello Stato?

Il Presidente della Repubblica, preso atto del mutato scenario, potrebbe rinviare il governo alle Camere per una conferma dell’ampiezza del rapporto fiduciario, oppure reputare l’accaduto non meritevole di un esplicito passaggio formale presso il Parlamento. In entrambi i casi, tuttavia, verrebbe ufficialmente reso edotto della vicenda, dal punto di vista sia formale che sostanziale, facendola rientrare in una precisa cornice istituzionale.

E in tempi di scarsa attenzione per prassi e convenzioni costituzionali, sarebbe già un passo in avanti.

 

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Le unioni civili alla prova del voto

di Alessandro Gigliotti

foto cirinnà (2)

Entra nel vivo in queste ore l’esame parlamentare del disegno di legge sulle unioni civili – meglio noto come ddl Cirinnà, dal nome della relatrice del provvedimento – e sono in corso le ultime trattative per dirimere le questioni maggiormente dibattute. Si tratta infatti di un testo che disciplina temi fortemente divisivi, sia all’interno dell’opinione pubblica sia tra le forze politiche.

In estrema sintesi, il disegno di legge istituisce le unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina le convivenze di fatto. Ma la vera partita si gioca sulle unioni civili ed è prevedibile che in Aula si combatterà una battaglia senza esclusione di colpi. Del resto, l’esame in commissione è stato interrotto bruscamente e pertanto sarà il plenum a farsi carico di risolvere tutti i problemi aperti: segno della forte contrapposizione è la presenza di oltre 6.000 emendamenti, molti dei quali provenienti dal gruppo della Lega Nord. Sono infatti falliti tutti i tentativi sinora avanzati per giungere ad un gentlemen’s agreement che avrebbe consentito di ridurre di molto le proposte emendative e, pertanto, di concentrare i lavori parlamentari su alcune specifiche questioni di merito e non su mere pratiche ostruzionistiche.

Sulla carta, esiste un’ampia maggioranza a favore del disegno di legge, come testimoniano i 195 voti che la scorsa settimana hanno respinto la proposta di non passaggio all’esame degli articoli che, se approvata, avrebbe comportato la reiezione del provvedimento. Ma si tratta di una maggioranza trasversale, che coincide solo in parte con quella che sostiene il governo in carica e che non vede al suo interno, in particolare, il Nuovo Centrodestra di Alfano. Non sono da escludere, quindi, colpi di scena. Anzitutto perché ci sono diversi emendamenti che potrebbero essere votati a scrutinio segreto: a norma dell’art. 113 del regolamento del Senato, il voto segreto può essere richiesto da almeno venti senatori su alcune materie espressamente previste, tra cui il matrimonio e la genitorialità. È quindi verosimile che lo scrutinio segreto venga chiesto per l’art. 5, che estende alle unioni tra persone dello stesso sesso l’istituto dell’adozione del figlio del coniuge (c.d. stepchild adoption), e per tutti gli emendamenti che vi insistono. È proprio la stepchild adoption, peraltro, la parte maggiormente contestata dell’intero disegno di legge, essendo invisa persino tra le file del Partito democratico. Nel segreto dell’urna, la trasversalità delle posizioni, che trascende non soltanto il canonico rapporto maggioranza-opposizione ma neutralizza anche la disciplina di partito, può condurre a risultati imprevedibili alla vigilia.

In secondo luogo, perché tra i primissimi emendamenti da porre in votazione ci sarà il «supercanguro» del sen. Marcucci, un emendamento strutturato in modo da annullare buona parte delle altre 6.000 proposte in campo. Sull’esempio di quanto già accaduto durante i lavori per l’approvazione della legge elettorale, il sen. Marcucci ha predisposto un emendamento premissivo, un emendamento che si vota prima degli altri e che, riassumendo in poche righe tutto il contenuto della legge, qualora approvato determinerebbe la caducazione di buona parte delle proposte successive. Tecnicamente parlando, in realtà, non c’è alcun «canguro» – espressione con cui si allude ad un altro istituto – ma semplicemente l’applicazione del canonico meccanismo della «preclusione», che si genera quando viene approvato un emendamento che ne rende incompatibili altri.

In conclusione, l’esame del disegno di legge rischia di essere lungo, se le pratiche ostruzionistiche dovessero prendere il sopravvento, o molto più celere del previsto, se invece l’approvazione dell’emendamento Marcucci dovesse portare alla preclusione di buona parte delle restanti proposte di modifica. Saprà la maggioranza portare a termine anche questa complessa partita? E quali saranno le ripercussioni nell’ipotesi in cui il voto denoterà profonde spaccature all’interno dei singoli partiti? Non ci resta che attendere.

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Tutti i numeri della revisione costituzionale

di Gabriele Maestri

CCamera riformaon il voto di ieri a Montecitorio si conclude ufficialmente la prima fase del cammino della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi e almeno in parte ritoccata nel percorso parlamentare. Dei contenuti si è detto molto (e si continuerà a parlare parecchio nelle settimane a venire), ponendo più attenzione ad alcune parti piuttosto che ad altre; nell’attesa che inizi il secondo stadio dell’iter – che si aprirà con la prossima lettura in Senato, la prima in cui non sarà consentito modificare il testo approvato ieri – vale la pena dare i numeri sulla riforma, almeno per quanto riguarda il percorso che la aspetta da qui in poi. Sono quasi tutti troppo alti per essere giocati al lotto, ma è bene conoscerli e guardarli con attenzione, per non lasciare la riforma in balia della sorte (nel bene e nel male).

Innanzitutto, 138, come l’articolo della Costituzione che traccia il percorso per la revisione costituzionale: doppia deliberazione di ciascun ramo del Parlamento, dunque, con la seconda che deve arrivare – sull’identico e intero articolato approvato in prima lettura – almeno 3 mesi dopo la prima. A Palazzo Madama le votazioni si sono chiuse il 13 ottobre, dunque il “tempo di decantazione” è quasi del tutto trascorso e il nuovo approdo al Senato dovrebbe essere questione di poche manciate di giorni; nell’aula di Montecitorio, ovviamente, il testo non può tornare comunque prima della metà di aprile.

Si deve procedere poi con due coppie di numeri. La prima è 316-161: si tratta del minimo dei voti favorevoli che il disegno di legge costituzionale dovrà ottenere rispettivamente alla Camera e al Senato – ossia la metà più uno dei componenti di ciascun ramo del Parlamento, dunque la maggioranza assoluta – per poter essere definitivamente approvata (senza ancora entrare in vigore). La seconda è 420-214, ove i numeri corrispondono alla maggioranza qualificata dei due terzi dei membri di ciascuna Camera: la soglia, se raggiunta dai “sì” tanto a Montecitorio quanto a Palazzo Madama, farebbe entrare direttamente in vigore la riforma, senza bisogno di passaggi ulteriori (al di là, ovviamente, della promulgazione del Capo dello Stato e della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale).

Una terza coppia di numeri consente di collocarci meglio: 367-178. Si tratta dei voti favorevoli che il d.d.l. costituzionale ha ottenuto negli ultimi due passaggi parlamentari (anche se l’ordine è invertito rispetto alla cronologia). Non è detto che i numeri si confermino tali e quali, tra l’altro in entrambi i casi si è registrato un certo numero di assenti (nei quali ovviamente non vanno conteggiati coloro che sono deliberatamente usciti dall’aula del Senato per non votare la riforma); in ogni caso, i numeri per approvare la riforma ci sono, quelli per farla entrare direttamente in vigore sono lontani. Anche immaginando la presenza in aula di tutti i parlamentari che sostengono il governo Renzi, infatti, non si raggiungerebbero i due terzi dei deputati e dei senatori necessari a tal fine.

A quel punto, si aprirà la strada al referendum confermativo, per cui gli elettori potrebbero essere chiamati a esprimersi sull’entrata in vigore del d.d.l. costituzionale. Il condizionale è d’obbligo, perché – anche in mancanza della doppia maggioranza dei due terzi – il referendum non è automatico: qualcuno lo deve chiedere esplicitamente. La domanda è appesa ad altri numeri, indicati sempre dall’art. 138 della Costituzione. Dal giorno dell’ultima approvazione a Montecitorio decorreranno i 3 mesi entro i quali si potrà chiedere di tenere la consultazione. Valgono gli stessi requisiti previsti per il referendum abrogativo, ossia la richiesta da parte di 5 consigli regionali (poco probabile) o di 500mila elettori (ci si è già riusciti in due casi, ma l’obiettivo non è a portata di mano: quando sono state ritoccate le disposizioni finali relative ai Savoia, ad esempio, le firme raccolte non sono state sufficienti), ma si aggiunge un’alternativa importante, essendo sufficiente stavolta “un quinto dei membri di una Camera”.

La garanzia non è stata prevista per le leggi ordinarie – onde non paralizzare il sistema – ma, nel caso di un intervento sulla Costituzione, si è voluto consentire anche a una minoranza qualificata di chiamare in causa il corpo elettorale (che potrebbe, invece, non avvertire la necessità o la rilevanza di un suo intervento). Bisogna dunque chiamare in causa una quarta coppia di numeri, 126-65 (o 64, volendo applicare un favor referendi): si tratta, rispettivamente, del numero di deputati e di senatori sufficiente per chiedere che sia indetto il referendum per far decidere al popolo sull’entrata in vigore della riforma costituzionale.

Visti gli esiti degli ultimi due voti, i numeri per fare domanda di referendum ci sono tutti, ritenendo possibile una convergenza delle forze politiche che in questi mesi hanno avversato questa riforma costituzionale, al di là dei diversi accenti che il loro “no” può avere (è noto peraltro che il referendum consente unicamente soluzioni complessive, potendosi respingere o accettare la riforma solo “in blocco” e non per parti separate). Di fatto, anche prima delle seconde letture parlamentari, un “comitato per il No” è già nato – lo presiede il costituzionalista Alessandro Pace – anche se, questa volta, probabilmente non ci sarà nessuna raccolta firme tra gli elettori.

A chiedere la consultazione popolare potranno essere certamente i parlamentari di opposizione, ma sarebbe legittima un’analoga richiesta da parte di quelli di maggioranza (non dal governo ovviamente, non rientrando ciò tra le sue competenze): gli scopi sarebbero certamente diversi, tanto quelli immediati – opporsi a una riforma non condivisibile per i primi, cercare tra la gente la conferma al lavoro fatto per i secondi – quanto quelli mediati eventualmente esistenti – come indebolire o rafforzare la compagine di governo – ma entrambi costituzionalmente ammissibili. E’ vero che forse i costituenti non avevano in mente una richiesta di consultazione avanzata da una parte degli stessi sostenitori delle riforme per confermarle (pensando piuttosto a un’azione dell’opposizione), ma è altrettanto vero che il testo dell’art. 138 non esclude affatto, neanche implicitamente, questa ipotesi.

Un precedente in tal senso, del resto, c’è già: la riforma del titolo V della Costituzione, attuata con legge costituzionale n. 3/2001, è stata sottoposta a un referendum che era stato chiesto – con due domande diverse – tanto da 102 senatori di centrodestra, allora all’opposizione, quanto da 77 senatori di centrosinistra, in quel tempo in maggioranza; né risulta, peraltro, che l’Ufficio centrale per il referendum abbia sollevato dubbi sul punto nel 2001 (sarebbe stato interessante un pronunciamento della Corte costituzionale in materia, ma l’ordinamento non lo prevede, a differenza che per i referendum abrogativi; del resto nemmeno avrebbe senso, essendo il quesito certamente ammissibile).

Che sia chiesto dalle opposizioni o dalla maggioranza, il referendum dovrebbe svolgersi in autunno, forse a ottobre. Anche lì, tanto per cambiare, conteranno i numeri: quelli del “sì” e del “no”, ovviamente, ma stavolta non quelli degli astenuti, mancando ogni previsione di quorum strutturale. Per avere gli ultimi numeri, quelli decisivi sul “sì” o sul “no”, c’è ancora una decina di mesi.

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Mattarella, un messaggio costituzionale

di Gabriele Maestri

FotoI cambiamenti spesso si fanno notare da sé, ma in certi casi si preferisce metterli in evidenza, perché a nessuno sfugga che – pur nel massimo rispetto di tutti – qualcosa non è più come prima. Così, dopo nove anni (o, se si preferisce, sette anni più due) di “regno” di Giorgio Napolitano, l’arrivo al Quirinale di Sergio Mattarella ha leggermente modificato riti e contenuti del messaggio di fine anno. E, prima ancora delle parole, a marcare la trasformazione ha provveduto il contesto.

Niente scrivania questa volta, nemmeno un tavolo che a volte il suo predecessore aveva usato, quasi per mitigare la solennità dello studio presidenziale. Mattarella ha scelto di pronunciare il discorso seduto in poltrona, in un salottino dell’appartamento privato al Quirinale.

Scalfaro

Il messaggio di Scalfaro del 1997

La “scena” non è del tutto nuova: anche Oscar Luigi Scalfaro, per gli ultimi due discorsi del suo mandato, aveva eletto lo stesso salotto come cornice delle sue parole di fine anno “per dare un tono più familiare”; la stanza, peraltro, è un po’ più vuota e un po’ più spoglia di allora, quasi a voler comunicare di nuovo un’atmosfera di sobrietà, in cui l’attuale inquilino del Quirinale si trova più a suo agio. Questo non è bastato a evitare un certo imbarazzo da parte di Mattarella, probabilmente non troppo abituato alle telecamere: dopo i primi minuti, in ogni caso, il discorso è divenuto più fluido, anche grazie alla lettura sul teleprompter (i fogli tenuti in mano, probabilmente, erano più per sicurezza che altro).

Forme del rito a parte, a fare la differenza – soprattutto rispetto all’immediato passato – sono stati anche i contenuti. Negli ultimi anni le riforme istituzionali sono state sempre oggetto dei messaggi di fine anno, anche perché Napolitano ne aveva fatto uno dei punti nevralgici del suo mandato (ponendole come condizione per la sua seconda, breve permanenza al Colle); questa volta, invece, alle riforme nemmeno un accenno, per scelta precisa di Mattarella che ha espressamente detto di non voler tornare su temi già trattati nell’incontro con i rappresentanti delle istituzioni, ma di volersi concentrare sulle “principali difficoltà” e sulle “principali speranze della vita di ogni giorno”.

Se così è stato, preferisco dire che il messaggio di ieri sera – al di là delle opinioni politiche – è stato innanzitutto e soprattutto un discorso costituzionale, che ha cercato di dare voce ad alcuni degli articoli della Carta, in particolare a quelli che si occupano di diritti e doveri, ricordandone il significato “vivente” e “materiale”. Lo ha detto lo stesso Presidente verso la fine: la Costituzione “non è soltanto un insieme di norme, ma una realtà viva di principi e valori”.

Foto (1)

Fonte delle foto: http://www.quirinale.it

Lo si è visto già parlando del lavoro, un tema che attraversa trasversalmente la Parte Prima della Costituzione. Mattarella, nel sottolineare le difficoltà di persone e famiglie legate alla mancanza di lavoro a dispetto della fine della recessione, ha sostanzialmente richiamato il diritto al lavoro consacrato dall’art. 4.1 assieme al dovere di concorrere al progresso della società, la tutela dei lavoratori (e della loro formazione) ex art. 35, la “esistenza libera e dignitosa” che secondo l’art. 36.1 dovrebbe essere garantita dalla retribuzione, l’attenzione che l’art. 37 prescrive per il lavoro delle donne (non ancora riconosciuto a sufficienza); c’era però anche la consapevolezza dell’intollerabilità di diseguaglianze e discriminazioni sociali (terreno dell’art. 3), dell’importanza di far crescere il Mezzogiorno, perché l’Italia “una e indivisibile” (art. 5) non si condanni a essere ingessata e immobile, e di avere un sistema di istruzione (art. 34) che funzioni sul serio.

Particolare attenzione è stata posta dal Capo dello Stato alla piaga del tutto incivile dell’evasione fiscale, autentico attentato all’art. 53 che sancisce il dovere di concorrere alle spese pubbliche in base alla propria capacità contributiva, ma anche agli artt. 2 e 3, nella misura in cui ostacola l’erogazione di diritti tanto sacrosanti quanto “costosi” e aggrava gli ostacoli economico-sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini (e la loro partecipazione alla vita del paese).

La stessa attenzione è stata rivolta da Mattarella all’ambiente: esso non è citato espressamente nella Carta, ma da tempo rientra pacificamente nel diritto alla salute ex art. 32 il diritto a un ambiente salubre, a un territorio “buono” che non deve essere depauperato o sfruttato in modo irrazionale dall’uomo (qualche eco, sia pure molto legato al passato, emerge dagli artt. 43 e 44), anche per non creare disparità assurde e irragionevoli (ecco di nuovo l’art. 3). Ciò richiede un impegno, da parte di ciascuno di noi (nell’usare meno l’auto, nel fare correttamente la raccolta differenziata, nel non sprecare il cibo comprato) e da parte delle istituzioni, che non possono tirarsi indietro (lo si vede soprattutto nel passaggio del discorso dedicato al trasporto pubblico inefficiente).

mondo_maniLa parte del messaggio dedicata al terrorismo è altrettanto interessante. La prima parola chiamata in causa, infatti, non è “sicurezza”, ma “pace”: la pace di cui parla l’art. 11, che i costituenti speravano di poter garantire al mondo (e a se stessi) attraverso l’Onu e che dev’essere raggiunta innanzitutto negli stati fin qui vittime del terrorismo stesso. Quella pace che si è cercato di mantenere (non sempre nel modo migliore) con le missioni dei militari all’estero e cui oggi spetta anche all’Europa contribuire (anche in considerazione del fatto, tutto italiano, che le fonti europee hanno nel nostro ordinamento un valore superiore alle leggi proprio in virtù dell’art. 11).

Il Presidente ha giustamente richiamato di nuovo il ruolo – ancora “latitante” – dell’Unione europea anche in tema di immigrazione. La nostra Costituzione – lo riconosce implicitamente lo stesso Mattarella – si occupa essenzialmente di emigrazione, realtà ben nota agli italiani di vari decenni fa, ma può parlare pure a chi in Italia arriva qui, in un flusso che non sarà affatto breve.  Nell’invocare “regole comuni” (e, si è tentati di aggiungere, più chiare e ragionevoli) sull’immigrazione, forse per la prima volta il Quirinale ha dovuto prendere atto di come lo spazio per accettare l’immigrazione irregolare si sia sostanzialmente esaurito, non riconoscendo alternative tra migranti con diritto all’asilo (perseguitati o con guerre alle spalle) e “altri migranti” da rimpatriare, pur nel rispetto della loro dignità.

E’ interessante la “cittadinanza/legittimazione sociale”, prima che giuridica, di cui ha parlato Mattarella, nel ricordare come spesso la cura di bambini, anziani, case (“quel che abbiamo di più caro”) sia affidata a persone straniere, i lavoratori migranti regolari diano nel complesso alla comunità più di quanto ricevano: sembra anche qui di rileggere gli artt. 2, 3 e 4 della Costituzione, ricordando che per la Consulta quei diritti e doveri sono dettati per i “cittadini”, ma valgono per chiunque si trovi sul territorio italiano. Se questo è vero, acquista peraltro maggiore forza il riferimento al rigore richiesto dal Presidente, da tradurre nel rispetto delle leggi – specie di quelle penali – e della cultura dell’Italia (“cultura”, si badi bene, che è un concetto molto più ricco e complesso delle “tradizioni” di cui altri parlano) e anche nell’apprendimento della lingua. Lo stesso rigore, del resto, Mattarella lo ha preteso da tutti gli italiani: contro il malaffare, la criminalità comune e organizzata, la corruzione.

Emerge da qui il “breviario” da seguire per “avere cura della Repubblica”, come ha detto Mattarella: imperativo cui tutti i cittadini sono chiamati, facendone “vivere i principi nella vita quotidiana sociale e civile”, con un occhio innanzitutto per le esperienze che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, senza per questo perdere di vista il Palazzo e la sua azione.. Un compito non semplice, ma di ogni giorno, che richiede attenzione, avendo come guida i valori della Costituzione. Questa, certamente, è la lettura principale del messaggio di Sergio Mattarella .

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Lo snodo del 2016

di Alessandro Gigliotti

Siamo ormai al termine del 2015, un anno denso di avvenimenti per la politica italiana ed europea. Per quanto concerne il nostro Paese, l’anno che giunge a conclusione ha registrato importanti innovazioni in materia istituzionale e sul versante delle politiche per il lavoro e dell’economia. L’entrata in vigore dei decreti attuativi del Jobs Act, da un lato, ha prodotto un deciso ridimensionamento dei contratti atipici, che hanno reso precaria e priva di tutele un’intera generazione, ed ha permesso l’ingresso nel mercato del lavoro di moltissimi giovani assunti finalmente con contratti a tempo indeterminato. Le prospettive di crescita del Prodotto interno lordo, dall’altro, sono incoraggianti: non c’è ancora un imponente cambio di tendenza, ma la recessione sembra ormai alle spalle. Le ultime manovre di bilancio favoriscono un simile scenario, giacché dopo anni di politiche di austerità si intravedono misure concrete volte ad allentare, almeno in parte, la pressione fiscale.

Sul versante istituzionale, il 2015 ha invece visto l’entrata in vigore della nuova legge elettorale, l’Italicum, che andrà a regime a luglio e sarà quindi adottata per l’elezione della prossima Camera dei deputati. Le riforme costituzionali, invece, richiedono ancora alcuni passaggi, ma superato lo scoglio di Palazzo Madama nello scorso autunno è verosimile attendersi un finale in discesa. A gennaio, la Camera dei deputati procederà al voto finale che concluderà la prima lettura; seguirà quindi la seconda, nella quale non sono ammesse modifiche. Il referendum confermativo, secondo alcune indiscrezioni, si svolgerà nell’ottobre del prossimo anno.

Una volta portate a compimento le riforme istituzionali, ci si avvierà verosimilmente verso l’ultimo scorcio della legislatura. Non si può escludere, infatti, che si vada al voto già nella primavera del 2017, nonostante governo e maggioranza ritengano il 2018 l’orizzonte naturale. Il nuovo assetto istituzionale, ad ogni modo, sembra ormai alle porte.

Ciò non significa che la crisi istituzionale sia definitivamente superata, come testimoniano le recenti vicende dei Paesi europei. A gennaio si sono svolte le elezioni politiche in Grecia, elezioni che hanno decretato la vittoria della sinistra radicale di Tsipras ed hanno conseguentemente aperto una lunga trattativa con la c.d. Troika in ordine alle misure di salvataggio volte ad evitare il default del Paese ellenico. La crisi dei partiti tradizionali in favore di forze politiche radicali o populiste si è resa evidente anche altrove, come in Francia, dove solo i meccanismi elettorali hanno impedito una netta affermazione del Front national di Marine Le Pen alle ultime regionali, e in Spagna, le cui elezioni politiche hanno consegnato al Paese un Congresso dei deputati senza maggioranza e difficilmente gestibile. Si tratta pertanto di un problema generalizzato, che accomuna un po’ tutte le democrazie europee.

L’impressione è che la crisi che colpisce da diversi anni l’Europa non sia momentanea, né derivi esclusivamente dalla pesante crisi economica che il Vecchio Continente sta vivendo dal 2009 in poi. È molto più realistico leggere gli eventi come il sintomo di un cambiamento ben più profondo, che segna il passaggio tra due epoche. Il Novecento è ormai concluso ma non siamo ancora pienamente giunti nel nuovo Secolo, l’epoca del tramonto delle ideologie tradizionali e della post-democrazia. La difficoltà nell’affrontare le insidie scaturisce dalla tendenza ad analizzare gli eventi utilizzando chiavi di lettura del passato, tendenza fisiologicamente radicata in tutti coloro che conoscono e vivono le istituzioni dall’interno.

Sul punto, molto resta ancora da dire e da fare. Come sempre, Ballot non si tira indietro e si propone di offrire ai lettori un piccolo contributo per analizzare e comprendere al meglio i mutamenti in atto.

Buon Natale a tutti.

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Il rompicapo delle elezioni spagnole

di Vincenzo Iacovissi

Risultati immagini per congreso de los diputados

foto: elmundo.es

Era atteso dai sondaggi, ma adesso sarà un rompicapo. Il commento di molti osservatori alle elezioni tenutesi in Spagna domenica scorsa può riassumersi così. Infatti, a leggere i risultati delle consultazioni per il rinnovo del Parlamento si resta sorpresi, non tanto per l’affermazione delle due forze c.d. antististema, Podemos a sinistra e Ciudadanos al centro, quanto per l’assenza di una maggioranza autonoma da parte delle altre due forze, popolari e socialisti, che dalla fine della dittatura franchista avevano conformato un sistema bipartitico completato da partiti a vocazione regionale.

Invece, la Spagna del dopo voto si risveglia caratterizzata da un quadripartitismo nel quale è molto difficile, al momento, prevedere convergenze per la formazione di una maggioranza di governo.

I popolari, con il 28,7% dei suffragi, ottengono 123 seggi sui 350 del Congreso de los Diputados (la sola Camera legata al Governo da un rapporto fiduciario), seguiti dai socialisti con 22,0% e 90 deputati, tallonati dai 69 di Podemos (20,3%) e dalla quarta forza, Ciudadanos con 40 (13,9%).

Come si evince dai dati, nessuna forza al momento dispone dei numeri necessari a formare una maggioranza assoluta (176 seggi), e neanche il ricorso all’insieme dei 28 seggi ottenuti dai soggetti minori – peraltro estremamente complicato – consentirebbe di raggiungere simile risultato.

Cosa accadrà adesso? È la domanda che si pongono in molti. Fuor di previsioni, molto azzardate a poche ore dalla chiusura delle urne, limitiamoci a sottolineare procedure e protagonisti delle prossime fasi.

Il procedimento di formazione del Governo è disciplinato dall’art. 99 della Costituzione del 1978, laddove si prevede che sia il Re, in qualità di capo di Stato, il soggetto cui compete, per il tramite del Presidente del Congreso, la proposta di un candidato dalla guida dell’Esecutivo; ciò ovviamente dopo consultazione con i rappresentanti dei gruppi politici presenti nella Camera bassa e quindi alla luce dei risultati elettorali. Il candidato così proposto chiederà la fiducia alla Camera sulla base di un proprio programma e, se otterrà il voto favorevole della maggioranza assoluta dei deputati verrà nominato Presidente del Governo. In caso contrario, dopo 48 ore si terrà una nuova votazione in cui basterà la maggioranza semplice. Nelle ipotesi di fallimento anche del secondo tentativo, dovranno esplorarsi nuove candidature con le medesime procedure. L’art. 99, infine, fissa in due mesi dalla prima votazione di fiducia il termine entro cui ottenere la fiducia della Camera, pena lo scioglimento anticipato della stessa e l’indizione di nuove elezioni.

Finora le norme. Cosa implicheranno dell’immediato?

Nei prossimi giorni le forze politiche avvieranno gli incontri programmatici e politici, e dopo l’insediamento della Camera il Re Felipe IV dovrà avviare le consultazioni per tentare di sciogliere il nodo istituzionale. È ragionevole ipotizzare che saranno i popolari del premier uscente Rajoy ad assumere l’iniziativa, in virtù del primo piazzamento nella “classifica” dei partiti spagnoli. Come abbiamo appena visto, la Costituzione ammette anche la formazione di un Governo di minoranza, quindi al di sotto del quorum di 176 seggi, e forse tale eventualità potrà rivelarsi un’alternativa in caso di fallimento dei negoziati.

In virtù delle dichiarazioni rese durante la campagna elettorale, si potrebbe prefigurare un’alleanza tra popolari e Ciudadanos, ma anche questa convergenza non consentirebbe di raggiungere quota 176, fermandosi a 163. Stesso discorso dicasi in caso di rassemblement tra socialisti e Podemos, che arriverebbero a 159 deputati. Non si può escludere, quindi, la formazione di una grande coalizione tra i primi due partiti spagnoli che, sommando i propri seggi, salirebbero a quota 213; risolverebbero il problema numerico, ma con ogni probabilità il dato politico di cambiamento emerso dal voto resterebbe privo di risposta.

In uno scenario così fluido, sarà quindi molto interessante verificare come il sistema spagnolo reagirà allo tsunami elettorale, anche per trarre utili indicazioni relative ad altri possibili, e similari, risultati in altri Paesi dell’area euro.

Resta un’unica certezza: anche la Spagna ha abbandonato il modello bipartitico, e forse la dinamica bipolare di funzionamento del sistema, che ne aveva caratterizzato l’esperienza democratica sin dalla sua nascita. Come la nouvelle vague della politica, nella penisola iberica ma non solo, saprà tradurre la forza elettorale in forza di governo, è l’enigma del nostro tempo. In Europa, e nel mondo democratico.

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