Le elezioni greche tra conferme, smentite e disaffezione

di Vincenzo Iacovissi

foto premier Tsipras, http://www.ansa.it

Sono state correttamente definite “elezioni fotocopia”. Ed infatti, leggendo i risultati definitivi del terzo voto greco in nove mesi, si comprende bene come queste seconde consultazioni politiche del 2015 riflettano la realtà delle prime, con il partito del premier Tsipras (35,46%) nettamente avanti rispetto al principale competitor, i conservatori di Nuova Democrazia (28,10%), e con un sistema partitico-parlamentare che vede la presenza di 8 soggetti politici, in cui spiccano i neonazisti di Alba Dorata come terzo partito (6,99%), tallonato dai socialisti del Pasok (6,28%). A poca distanza, i comunisti del KKE (5,55%), i centristi di To Potàmi (4,09%), i greci indipendenti di Anel (3,69%) e, infine, l’Unione di centro EK che, per la prima volta dalla sua nascita nel 1992, con il 3,43% supera la soglia per entrare in Parlamento (3%, inserita in un sistema proporzionale senza premio di maggioranza). Esclusione di lusso per l’ala oltranzista di Syriza, Unità popolare, che non centra l’obiettivo dello sbarramento per un soffio, fermandosi al 2,86%.

Anche in termini di seggi gli scostamenti sono davvero minimi rispetto al 25 gennaio scorso: Syriza 145 (-4), Nuova Democrazia 75 (-1), Alba Dorata 18 (+1), Pasok 17 (+4), KKE 15 (inv.), To Potàmi 11 (-6), Anel 10 (-3), EK, unica eccezione, entra nel “Consiglio dei greci” con 9 seggi. Le piccole variazioni premiano soprattutto i socialisti, che si avvicinano ad Alba Dorata, mentre penalizzano il partito del premier, impedendogli l’autosufficienza numerica in Parlamento, e soprattutto i centristi di To Potàmi, che non ripetono il significativo di nove mesi fa.

Le ragioni di una simile specularità tra le due votazioni politiche devono probabilmente attribuirsi alle indubbie abilità tattiche di Tsipras, capace di modellare gli appuntamenti elettorali con particolare sagacia, consolidando la propria leadership nello schieramento di sinistra, ormai priva di quegli esponenti come Lafazanis e l’ex ministro delle finanze Varoufakis, tra i più refrattari alle misure di riforma concordate con i creditori.

Un’altra ragione risiede nella difficoltà dei conservatori nel ribaltare tale equilibrio, poiché troppo viva è ancora nell’opinione pubbliche l’infausta esperienza dei governi precedenti. Stesso dicasi per i socialisti, che tuttavia sembrano aver imboccato la strada della ripresa, seppur con latitudini e dimensioni molto minori rispetto agli ultimi quattro decenni.

Cosa accadrà ora? Le dichiarazioni a caldo di Tsipras lasciano supporre con una buona dose di certezza che il nuovo governo sarà costituito assieme ad Anel, partito degli indipendenti greci, collocato su posizioni nazionalistiche di destra e già fedele alleato del premier durante il suo primo governo.

Non sappiamo se questa maggioranza, 155 seggi, verrà allargata ad una terza forza, oppure se sarà confermata l’opzione originaria. In ogni caso, è lecito sostenere che non cambierà il fronte di opposizione, con Nuova Democrazia, Alba Dorata e i comunisti. Resta da capire quale potrà essere l’atteggiamento di quelle forze, come Pasok e To Potàmi, che pure un ruolo decisivo hanno rivestito nell’approvazione degli accordi di risanamento economico siglati con i partner europei.

Sull’intero risultano incombe però il dato della scarsa partecipazione elettorale, crollata dal 63,9% di gennaio al 56,6% di ieri, forse a causa di un misto di fisiologia (in media una votazione ogni tre mesi), mancanza di reali alternative a Tsipras, nonché rassegnazione alle misure di austerità negoziate dal governo uscente ed entrante.

Ciò nondimeno, la vera sfida per Atene, e per il primo ministro, inizierà adesso. Con un partito tendenzialmente più omogeneo ed un Parlamento epurato delle posizioni più antieuropeiste della sinistra, Tsipras dovrà dimostrare una reale capacità di governo. Il nuovo mandato affidatogli dal popolo greco richiede infatti risposte in tempi brevi sull’uscita dalla recessione e sull’applicazione delle misure di austerità, vero banco di prova su cui si misureranno le prossime sfide.

O il governo o il caos. Mai come adesso, tertium non datur.

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Perché il voto su Azzollini è pienamente legittimo

di Alessandro Gigliotti

foto n. 2

Il voto di ieri sulla richiesta di arresto del sen. Azzollini ha suscitato, com’era prevedibile, un fiume di polemiche all’interno dell’opinione pubblica, che ha prontamente accusato la classe politica di aver letteralmente “salvato” un proprio esponente più per ragioni di mero calcolo politico che per motivi attinenti al merito dell’inchiesta.

Senza entrare nella vicenda, e quindi senza formulare alcuna considerazione sulla posizione processuale del sen. Azzollini, occorre premettere che il Senato della Repubblica è stato chiamato a pronunciarsi esclusivamente sulla richiesta, avanzata dal giudice per le indagini preliminari, di sottoporre l’indagato alla misura cautelare degli arresti domiciliari. Detta richiesta è basata sul presupposto che Azzollini, accusato di vari reati tra cui associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta e induzione indebita a dare o promettere utilità, potrebbe reiterare il reato. Non un voto, quindi, sulla colpevolezza o meno dell’indagato, ma solamente sulla richiesta di carcerazione preventiva, nella forma degli arresti domiciliari, nei confronti della quale la Costituzione prevede che si esprima la Camera di appartenenza.

Tuttavia, da più parti ci si chiede perché mai un parlamentare debba essere tutelato da un provvedimento cautelare disposto dalla magistratura. E, soprattutto, per quale ragione i politici debbano godere di privilegi non ammessi per la generalità dei cittadini che, secondo questa chiave di lettura, creano un evidente vulnus al principio di eguaglianza, cardine di ogni ordinamento che si voglia definire democratico.

Orbene, va osservato che la ratio dell’autorizzazione parlamentare nei confronti dei provvedimenti restrittivi della libertà personale risiede nell’esigenza, avvertita dal costituente, di realizzare un equilibrio tra i poteri, alla luce della separazione teorizzata, in tempi lontani, da Locke e Montesquieu. Alle origini, le immunità parlamentari – espressione con cui si allude, tra l’altro, all’autorizzazione a procedere, ormai abolita in Italia, nonché alle autorizzazioni all’arresto e agli altri atti investigativi – erano funzionali a tutelare il libero esercizio del mandato parlamentare dai possibili arbitri del potere esecutivo, cui il potere giudiziario risultava sostanzialmente asservito. Esercizio che sarebbe stato libero solo in apparenza se un giudice, con una richiesta di arresto, avesse avuto la possibilità di mettere fuori gioco un parlamentare “scomodo”. Oggidì la magistratura è certamente indipendente dagli altri poteri dello Stato, ma ciò non significa che siano impossibili gli arbitri e le intromissioni: per tale ragione è opportuno che il principio di eguaglianza, che di per sé non tollera privilegi e discriminazioni, venga bilanciato con altri principi costituzionali di non minore importanza, quale appunto la separazione dei poteri.

A tal fine, l’art. 68 della Costituzione prevede che i provvedimenti restrittivi della libertà personale che interessino un membro del Parlamento – arresto, intercettazioni, perquisizioni – siano preventivamente autorizzati dalla Camera di appartenenza. Non si tratta di un privilegio, cioè di un vantaggio attribuito ad un determinato individuo, ma di una prerogativa che tutela l’indipendenza e la funzionalità dell’organo costituzionale. In tali casi, in particolare, l’assemblea è infatti chiamata a valutare l’esistenza del fumus persecutionis, espressione con cui ci si riferisce all’intento meramente persecutorio da parte della magistratura nei confronti del parlamentare. In realtà, nei casi in cui si ragiona di una richiesta di arresto, l’assemblea è tenuta ad una considerazione ulteriore: l’arresto di un deputato o di un senatore ne impedisce, di fatto, la partecipazione alle attività parlamentari e questo si ripercuote inevitabilmente sugli equilibri politici. La ratio dell’autorizzazione, in altri termini, è anche quella di evitare che un’inchiesta possa condurre, ad esempio, alla caduta del governo in carica a motivo dell’arresto di un certo numero di parlamentari su cui si regge la maggioranza.

Ciò non significa affatto che i membri del Parlamento siano immuni dalla giurisdizione: l’autorizzazione a procedere in sede penale, com’è noto, è stata abolita nel 1993 e pertanto nessun voto è richiesto per sottoporre un parlamentare a procedimento penale. Inoltre, l’autorizzazione non è necessaria né in caso di flagranza di reato, né a seguito di condanna in via definitiva. Pertanto, un parlamentare colto sul fatto, nell’ipotesi in cui sia previsto l’arresto, è soggetto alla misura restrittiva senza necessità di autorizzazione, e così avviene anche nel caso di sentenza definitiva di condanna.

In conclusione, è bene che si lasci alla magistratura il compito di giudicare sulla condotta del sen. Azzollini. Ma è anche opportuno che si rispetti la valutazione del Senato sulla richiesta di custodia cautelare, quale che essa sia. Si tratta di una valutazione estremamente delicata perché attiene al problematico rapporto tra politica e magistratura, ma che proprio in quanto tale non può che essere affidata alla discrezionalità dell’organo costituzionale interessato.

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Le elezioni in UK. È ancora valido il modello Westminster?

di Vincenzo Iacovissi

Il prossimo 7 maggio si svolgeranno le elezioni per il rinnovo della House of Commons, la camera bassa del glorioso Parlamento di Westminster, assurto, da più di due secoli, a culla del parlamentarismo occidentale nonché a modello per il funzionamento delle forme di governo basate su Esecutivi forti e stabili, perché sorretti da maggioranze omogenee e molto disciplinate al loro interno, in quanto costituite da un solo partito.

Come noto, l’esperienza politico-costituzionale del Regno Unito ha conosciuto, sin dalla Gloriosa rivoluzione di fine Seicento, uno sviluppo plurisecolare lungo una linea di tendenziale bipartizione del sistema politico, imperniata dapprima sulla dinamica Tories e Whigs e, dai primi del Novecento, su quella conservatori-laburisti. In tale contesto, dunque, la funzione di “governo di Sua Maestà” e di opposizione è stata prevalentemente appannaggio dei due principali partiti, Conservative party e Labour party.

Le elezioni del 2010 hanno segnato una prima inversione di tendenza, grazie alla notevole affermazione della tradizione terza forza del sistema, il partito liberaldemocratico, che ha impedito ai conservatori di conquistare la maggioranza dei seggi nei Comuni, determinando così la formazione del governo di coalizione Cameron-Clegg, sorretto da un accordo politico-parlamentare tra conservatori e, appunto, liberaldemocratici.

Adesso le nuove elezioni rischiano di produrre un esito ancor più ignoto per la storia inglese. Vediamo brevemente perché. Dai sondaggi finora disponibili parrebbe impossibile, per qualunque partito, vincere in un numero di collegi uninominali sufficiente per ottenere una propria maggioranza assoluta nei Comuni, e ciò in ragione della stimata forte ascesa di forze, come gli euroscettici dell’UKIP o soprattutto lo Scottisch National Party, che potrebbero contribuire a scardinare l’equilibrio bipartitico, consolidando la tendenza in atto ed emersa anche nelle elezioni amministrative ed europee.

Qualora giovedì notte le urne restituissero un esito conforme alle previsioni, allora, potremmo considerare ormai “rottamato” il bipartitismo all’inglese, e con esso il modello Westminster fatto di linearità ed efficienza nella formazione dei governi. Nondimeno, un assetto multipartitico restituirebbe al Parlamento di Londra quella centralità perduta dalla fine della seconda guerra mondiale, contrassegnata dalla progressiva espansione del ruolo dell’Esecutivo sia nella espressione dell’indirizzo politico che nella stessa produzione legislativa.

Ecco perché queste elezioni presentano un interesse particolare ed affascinante; per verificare se uno dei sistemi costituzionali più elastici del mondo democratico – con dati macroenomici nettamente migliori della media UE – sarà in grado di adattarsi ai profondi mutamenti della politica e della rappresentanza, e con quali ripercussioni sui soggetti politici e sul sistema elettorale maggioritario a turno unico di collegio, a ragione ritenuto da molti il motore di una macchina perfettamente lubrificata come quella di Westminster.

 Anche le macchine, però, possono incepparsi, e proprio nel caso di un eventuale hung parliament capiremo se l’ingranaggio potrà funzionare ancora seppur nuovi innesti oppure se dovrà essere archiviato nei libri storia. Presto lo sapremo.

 

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Ma le preferenze non sono il vero problema

di Alessandro Gigliotti

È in corso il passaggio decisivo per l’approvazione della nuova legge elettorale e la Camera è in fibrillazione dopo la decisione del Governo di porre la questione di fiducia. Il Partito democratico è infatti spaccato, con parte della minoranza decisamente contraria al disegno di legge e seriamente intenzionata a non partecipare al voto.

Il punto maggiormente contestato, com’è noto, è quello dei capilista bloccati. I critici hanno evidenziato in proposito che in virtù di tale metodo il numero di parlamentari eletti senza indicazione popolare potrebbe superare anche il 50% del totale. Inoltre, le liste medio-piccole, aventi cioè un numero di eletti inferiore a 100, finirebbero per eleggere quasi esclusivamente i capilista, con la conseguenza che il voto di preferenza si tradurrebbe per loro in una mera finzione.

In realtà, la polemica sul voto di preferenza è eccessivamente enfatizzata, poiché si basa sull’errato presupposto secondo cui le liste bloccate sarebbero in quanto tali contrarie al dettato costituzionale. In realtà, la sentenza della Corte sulla legge Calderoli ha chiarito che il metodo della lista bloccata è senz’altro ammissibile sia nel caso in cui le circoscrizioni abbiano un’ampiezza non eccessiva, sia nel caso in cui venga applicato solo per una parte dei seggi. Occorre poi considerare che il voto di preferenza, regolarmente adottato nelle consultazioni europee, regionali e locali, non garantisce automaticamente la qualità della classe politica, né tanto meno ha evitato, anche in tempi recenti, fenomeni di corruttela. La scelta in favore del voto di preferenza, delle liste bloccate o di un sistema ibrido come quello del capolista bloccato, è pertanto da lasciare alla discrezionalità del legislatore. Può piacere o meno, può essere discutibile fin quanto si vuole, ma è senza dubbio legittima.

Il vero punto debole dell’Italicum è invece un altro: il premio di maggioranza. Com’è noto, la legge Calderoli è stata dichiarata costituzionalmente illegittima proprio nella misura in cui prevedeva un premio senza soglia minima, il che permetteva – ed ha permesso, segnatamente, alle ultime elezioni politiche – a forze politiche ben lontane dalla maggioranza dei voti di conseguire un’ampia maggioranza parlamentare. Opportunamente, la soglia ora c’è ed è adeguatamente fissata al 40% dei voti validi, tuttavia essa viene vanificata proprio nell’ipotesi in cui nessuna lista la consegua. In tali casi, il premio è assegnato alla forza politica che prevale al ballottaggio, cui sono ammesse le due liste più votate al primo turno.

Così congegnata, la legge individua sempre e comunque un vincitore, quale che sia l’esito elettorale e quale che sia il grado di frammentazione esistente all’interno del sistema partitico. Esattamente come la vituperata legge Calderoli. Applicando l’Italicum ai risultati del 2013, si evince infatti che il premio sarebbe assegnato, al ballottaggio, alla lista del Partito democratico o a quella del Movimento 5 Stelle. Entrambe con il 25% dei voti. Né si può escludere che le forze politiche ammesse al ballottaggio siano sostenute da una parte estremamente ridotta del corpo elettorale, vicina o minore del 20%. Qui la vera innovazione consiste nel fatto che l’Italicum subordina l’assegnazione del premio ad un turno di ballottaggio in cui la scelta definitiva spetta al corpo elettorale. È una differenza di non poco conto. Il doppio turno con ballottaggio, tuttavia, è un metodo che si presta all’elezione di organi monocratici, come il Sindaco o il Presidente della Regione, e non certo del Parlamento che è un organo collegiale chiamato peraltro a rappresentare il popolo sovrano.

Altra questione rilevante è quella dell’assegnazione del premio alla lista più votata e non più alla coalizione, come previsto nella formulazione originaria del testo. Sul punto, si è detto che tale statuizione risponde alla ratio di evitare il fenomeno, ben conosciuto da vent’anni a questa parte, delle coalizioni eterogenee e litigiose, funzionali alla competizione elettorale ma molto meno all’azione di governo. Ebbene, anche questa modifica pone diversi problemi. La possibilità di creare coalizioni risponde pienamente alla logica del premio di maggioranza, tanto che tutte le leggi italiane che hanno previsto tale istituto – sin dalla legge Scelba del 1953 e con l’emblematica esclusione della legge Acerbo del 1923 – hanno ammesso il collegamento tra le liste. Ciò per creare un incentivo alla formazione di due schieramenti alternativi, in ottica bipolare, e per evitare un’eccessiva discrepanza tra i voti conseguiti e i seggi assegnati. Il premio alla lista, invece, è maggiormente rischioso poiché in caso di frammentazione permette una sperequazione tra voti e seggi che può raggiungere livelli elevati, ad esempio se le due liste maggioritarie o una di queste sono prossime al 20% ovvero al di sotto di tale soglia.

Questo, in conclusione, il vero problema: il carattere iper-maggioritario della legge elettorale che si sta per approvare. Una legge che somiglia troppo alla precedente e che non ha eguali nel panorama del costituzionalismo europeo e mondiale. Peccato che, tra le mille polemiche di questi giorni, tale aspetto non sia stato neppure accennato.

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De Luca tra primarie e legge Severino

di Alessandro Gigliotti

Dopo ben quattro rinvii, si sono infine svolte le elezioni primarie in Campania per la scelta del candidato del centro-sinistra alla carica di Presidente della Regione. Sarà l’ex sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, a sfidare il Presidente uscente di centro-destra, Stefano Caldoro. Tuttavia, nel percorso verso la Presidenza De Luca dovrà affrontare molte insidie, non tutte riconducibili alla mera sfida elettorale.

Com’è noto, l’ex sindaco di Salerno è stato recentemente colpito da una sentenza di condanna in primo grado per il reato di abuso d’ufficio, che gli è valsa una pena di un anno di reclusione con annessa interdizione temporanea (sempre di un anno) dai pubblici uffici. Ora, l’art. 8 del decreto legislativo n. 235 del 2012 – c.d. legge Severino – prevede che coloro che ricoprano la carica di Presidente della Giunta regionale, di assessore o consigliere regionale siano sospesi dalla medesima qualora abbiano riportato una condanna non definitiva per una serie di delitti previsti nel precedente art. 7, tra i quali è contemplato anche l’abuso d’ufficio. Ai sensi del decreto, la sospensione opera di diritto e viene accertata con provvedimento del Presidente del Consiglio dei ministri previa comunicazione inviata dal prefetto. La misura è però temporanea e cessa dopo 18 mesi, salvo naturalmente che nel frattempo non intercorra una sentenza di proscioglimento, di assoluzione o di non luogo a procedere.

Quanto detto significa che, nel caso in cui De Luca dovesse risultare eletto Presidente della Regione in occasione delle elezioni regionali previste per il 10 maggio prossimo, la sua permanenza in carica non durerebbe che poche ore: il prefetto sarebbe immediatamente tenuto a notificare al Consiglio regionale il provvedimento di sospensione, che diventerebbe subito operativo. La Campania si ritroverebbe quindi ad eleggere un Presidente su cui graverebbe la spada di Damocle della sospensione.

Il lettore accorto avrà senz’altro notato che la vicenda rammenta quella che ha coinvolto qualche mese fa il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, anch’egli condannato in primo grado per abuso d’ufficio – nell’ambito del processo sull’inchiesta Why not – e conseguentemente sospeso dalla carica di primo cittadino. De Magistris, tuttavia, ha impugnato il provvedimento di sospensione dinanzi al Tar della Campania, che ha provveduto non soltanto a reintegrarlo ma ha anche sollevato una questione di legittimità costituzionale presso la Corte costituzionale.

De Luca si comporterà allo stesso modo? Non lo si può certo escludere.

A tal proposito, si impone infatti una serie riflessione su alcuni aspetti del d.lgs. n. 235 del 2012. Come si è accennato, il testo non si limita a prevedere l’incandidabilità per coloro che hanno riportato una condanna definitiva per una serie di delitti espressamente elencati, ma statuisce anche la sospensione temporanea dalla carica elettiva in caso di condanna non definitiva, seppure limitatamente alle cariche regionali ed amministrative. Quest’ultima previsione, in particolare, è di dubbia costituzionalità: non tanto per il fatto di operare una limitazione al diritto di elettorato passivo, di cui all’art. 51 Cost., quanto perché condiziona tale limitazione ad una sentenza non definitiva, in deroga al principio della presunzione di non colpevolezza richiamato nell’art. 27 Cost.

A seguito della situazione descritta, c’è quindi il concreto rischio di consegnare per l’ennesima volta l’esito delle elezioni regionali agli interventi della magistratura. Un intervento medio tempore del legislatore, del resto, è alquanto improbabile, poiché si tratterebbe di legiferare per risolvere un caso specifico; non a caso la ministra Boschi ha dichiarato che il governo non promuoverà alcuna modifica al decreto. Ma l’incertezza normativa non giova certo alla democrazia. Se il Presidente appena eletto dovesse venire sospeso, chi lo spiegherà agli elettori?

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Il voto di fiducia da eccezione a regola

di Vincenzo Iacovissi

Il governo Renzi festeggia il primo compleanno e, tra le statistiche sulla sua attività, balza l’elevato numero di voti di fiducia (30) richiesti al parlamento in dodici mesi.

Tale dato riattiva il dibattito, mai sopito, sull’uso della questione di fiducia come strumento ordinario di attuazione dell’indirizzo politico, ponendo in rilievo la discrasia rispetto alla natura “rimediale” che l’ordinamento costituzionale le assegna.

Come noto, la questione di fiducia si afferma nel nostro sistema di governo in virtù di una consuetudine sorta nel silenzio della Costituzione già a partire dalla prima legislatura repubblicana. In realtà, è nel periodo dello Statuto albertino che essa appare per la prima volta, seppur nell’ambito di un assetto monarchico-costituzionale che non prevedeva alcun coinvolgimento del parlamento nella formazione e nella caduta del “governo del Re”.

In cosa consiste, concretamente, la questione di fiducia?

Essa, nei suoi albori, si palesa come mezzo mediante il quale il governo verifica la solidità (o l’esistenza) della fiducia da parte della maggioranza che lo sostiene, subordinando la propria permanenza in carica all’approvazione di un atto (legislativo e non) cui esso riconnette particolare importanza. Quando il governo pone la fiducia, il dibattito si sposta dal merito del provvedimento per investire la dimensione del rapporto tra il governo stesso e la propria maggioranza, con priorità nella votazione rispetto a qualunque emendamento presentato.

Si evince, quindi, la natura “eccezionale” della questione, cui ricorrere nel caso di situazioni politico-parlamentari fluide che richiedano un chiarimento per il prosieguo dell’esperienza di governo.

L’analisi empirica, invece, dimostra quanto l’uso di tale mezzo abbia perso nel tempo le connotazioni originarie, per assumere sempre più caratteristiche ordinarie, ossia di usbergo con cui il governo conduce la propria attività in aula fiaccando le pratiche ostruzionistiche. Accade così che, soprattutto dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la questione di fiducia venga impiegata come artificio “tecnico” per facilitare il percorso parlamentare di disegni di legge, sfruttando le regole procedurali dettate da prassi e regolamenti di Camera e Senato.

Negli anni Ottanta la tendenza si stabilizza e si accresce, indotta anche da una situazione politica di accentuata instabilità ministeriale e da un’endemica rissosità delle coalizioni di governo. L’abuso della questione di fiducia resiste anche al passaggio dalla prima alla seconda fase della Repubblica, accompagnando i governi della stagione successiva all’avvento del sistema elettorale maggioritario (1993) e di un primordiale bipolarismo nel sistema dei partiti.

Pertanto, non stupisce come ancora oggi si assista ad un utilizzo massiccio della questione di fiducia, con l’aggravante del suo abbinamento a maxiemendamenti che riscrivono in un sol colpo il contenuto di un’intera legge e ad un ricorso alla decretazione d’urgenza spesso al di fuori dei presupposti indicati dall’art. 77 cost.

Basta esaminare il numero di voti di fiducia richiesti nell’ultimo decennio per notare una stabile continuità di tale prassi, cui non è immune alcun esecutivo. Per tale ragione, quindi, il dato assegnato al governo Renzi non fa altro che confermare la degenerazione in corso, purtroppo, da circa quaranta anni e a cui non si è voluto finora porre rimedio con misure in grado di contemperare le esigenze della decisione con quelle della discussione, impedendo quello svilimento del ruolo parlamentare ormai conclamato.

Ciò che appare singolare, tuttavia, è un aumento così esponenziale dei voti di fiducia nel corso di un solo anno di attività, poiché la circostanza non consente di esprimere ottimismo circa il recupero di una dinamica più equilibrata nei rapporti tra governo e parlamento, capace di riportare la questione di fiducia dalla patologia attuale alla fisiologia che ne ispirò la nascita circa 150 anni fa.

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Sergio Mattarella: un notaio al Quirinale?

di Alessandro Gigliotti

sergio mattarella

Questa volta non ci sono stati colpi di scena. Sergio Mattarella è il nuovo Presidente della Repubblica. È stato eletto proprio al quarto scrutinio, così come aveva preannunciato il Premier Matteo Renzi, con un numero di voti tale da sfiorare persino il quorum dei due terzi richiesto nei primi tre.

Dalla delicata partita del Colle, che aveva messo apprensione persino ad un Presidente del Consiglio che ostenta sempre grande sicurezza, la politica italiana ne esce bene. Alla fine, non c’è stata alcuna tensione nel Partito democratico, dove è rientrata inaspettatamente la frattura consumata solo pochi giorni fa sulla legge elettorale. Ma non c’è stata una significativa spaccatura neppure nella coalizione che sostiene il Governo: anche i centristi di Ncd e Udc, seppur con qualche mugugno, hanno accolto l’indicazione di voto verso il Professore siciliano, così come molti voti sono giunti da Sel e persino da Forza Italia.

L’elezione di Sergio Mattarella rappresenta una indubbia vittoria del Premier. È riuscito a ricompattare il partito, fortemente lacerato, proprio nel corso della partita più difficile. Ma è riuscito anche a aggregare gli altri alleati di governo, che nei giorni immediatamente precedenti avevano assunto una posizione di netta contrarietà, in accordo con gli esponenti di Forza Italia. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che il nome di Mattarella sia stato frutto di una scelta del solo Matteo Renzi: si è trattato di un compromesso tra le diverse posizioni in campo, un compromesso cercato nel silenzio ma non per questo meno faticoso ed elaborato.

Ne esce meno bene, invece, Silvio Berlusconi, che dopo aver sostenuto le riforme istituzionali e contribuito in Senato ad approvare la legge elettorale (nei voti decisivi Forza Italia è stata determinante) si è visto imporre un nome non gradito. Non soltanto perché Mattarella è uno dei cinque ministri che, nel lontano 1990, si dimise in polemica con l’approvazione della legge Mammì. Neppure per il fatto di essere un esponente della sinistra democristiana, area politica alquanto invisa all’ex Premier che ha ancora nella mente il settennato di Scalfaro. Ma anche e soprattutto perché Mattarella non è stato il candidato del Patto del Nazareno. Un patto che solo ingenuamente si può pensare riguardasse le sole riforme istituzionali, essendo invece un accordo politico di portata più ampia e generale. L’altro sconfitto del giorno è il Movimento 5 Stelle, che ha sostenuto anche nel quarto scrutinio il candidato di bandiera, Ferdinando Imposimato, e si è rivelato pertanto del tutto ininfluente.

È prematuro fare previsioni sul futuro settennato di Mattarella. Di certo, si può abbozzare un piccolo ritratto del nuovo inquilino del Colle. Storico esponente della sinistra Dc, figlio di Bernardo e fratello di Piersanti, Mattarella è una persona schiva e riservata. Giurista e costituzionalista per formazione, ha ricoperto diversi incarichi ministeriali sia nel corso della Prima sia durante la Seconda Repubblica. Da alcuni anni giudice costituzionale, il suo nome è fortemente legato a quella legge elettorale – definita non senza ironia mattarellum da Giovanni Sartori – che accompagnò il passaggio tra le due fasi della storia repubblicana. È ritenuto un uomo mite, ma non per questo condizionabile. Un uomo dalla schiena dritta, non disposto a negoziare sui valori. Un uomo cui non mancheranno né l’esperienza politica per gestire eventuali crisi né gli strumenti per ergersi a difensore della Carta costituzionale e del corretto funzionamento del quadro istituzionale. Non farà ombra al Presidente del Consiglio, ma non sarà un semplice taglia nastri. Non è però da escludere che la presidenza Mattarella, se le condizioni politiche lo consentiranno, sarà improntata allo stile «notarile» che caratterizzò il settennato di Luigi Einaudi. Anche in quel caso, si trattava di un Presidente di maggioranza, eletto in un contesto di grande stabilità, contesto che non richiese – se non negli ultimissimi mesi – un atteggiamento interventista del Quirinale. Esattamente la stabilità che le imminenti riforme si prefiggono di garantire.

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